“Let’s expose Rome” with a Cloud Cult Platform: a conversation with Camelia Boban and Simone Pulcini about semantic web (15th December 2014)

141215-camelia-simone-2.jpg

 

Agatino Grillo: Hi Camelia, hi Simone. Could you introduce yourselves?

Camelia Boban: My name is Camelia. I come from Romania where I graduated in Economics from Craiova University. I have been living in Italy since 1992. I am a freelance software developer, member of Google Developer Group L-Ab Lazio Abruzzo, contributor of Wikipedia, the collaborative and online free encyclopedia, affiliate with Wikimedia, the movement behind Wikipedia and promoter of “Wiki Loves Monuments” the international photo contest, organised by Wikipedia.

Simone Pulcini: Hi! My name is Simone. I’m engaged in software development for more than a decade. I specialized myself in enterprise architectures and modelling. I covered several business tasks for private firms as well as for public administration. I’m a certified UML developer (OCUP) and I'm obtaining the Java Enterprise Architect (OCMJEA 6) certification. I’m the Google Developers Group Rome chapter co-organizer together with Antonella Blasetti. I have a Master’s Degree in Computer Science from “La Sapienza” Rome University.

locandina2-devfest-2.png

Agatino Grillo: You were speakers to the Google Developer Group (GDG) Fest on 8th November in Rome in the code-lab dedicated to semantic web using Google technologies. What about it?

Camelia & Simone: The code-lab was titled «Roma non è mai stata così “Esposta”»: the title is a pun, a joke, that you can translate in English like “Let’s expose Rome” in the sense of permitting to explore Rome’s monuments and to run a risk. You can find the slides here http://www.slideshare.net/cameliaboban/cloud-cult-platform-roma-non-mai-stata-cos-esposta or here in pdf format or pptx format

Agatino Grillo: Why a code lab about semantic web?

Camelia & Simone: Nowadays there are a lot of semantic data available in the Web. Their potential is enormous but often it is very difficult to explore them. Using semantic Web technologies help users to easily explore large amounts of data and interact with them.

4-slide-cloud-cult-platform-roma-mai-stata-cosi-esposta.jpg

Agatino Grillo: Could you explain in a nutshell what is “semantic web”?

Camelia & Simone: Using Wikipedia’s definition, the Semantic Web aims at converting the current web, dominated by unstructured and semi-structured documents into a “web of data”.
Semantic Web technology lets you push the web from a web of documents to a web of data using open and free “Linked Data” technologies like RFD, SPARQL, DBPedia which permit to access to information without creating a lot of custom code. In our codelab we also use Google’s solutions like “Google Cloud Endpoint” and “Google App Engine” to realize our application.

Agatino Grillo: What did you propose in your lab?

Camelia & Simone: We used data produced by DBpedia, a community effort to extract structured information from Wikipedia and to make the information available on the web by exposing it with RDF a public standard for “linked data”.

Agatino Grillo: And what about Google Cloud Endpoints?

Camelia & Simone: Google Cloud Endpoints”  consists of tools, libraries and capabilities that allow easier to create a web backend for web clients and mobile clients such as Android or Apple’s iOS. For backend we use “App Engine app” to be freed from system admin work, load balancing, scaling, and server maintenance.

Agatino Grillo: Thanks Camelia, thanks Simone.

Camelia & Simone: Thanks to you

1-slide-cloud-cult-platform-roma-mai-stata-cosi-esposta.jpg

Slides

Project’s code (codelab)

Links

Requirements for codelab: https://docs.google.com/document/d/1Ys7HpA_9vKT5fBGtQ1rj0Y2DdURaVXcbodQU...

How to contact Camelia

How to contact Simone

Connected posts

Il lavoro al tempo del web - Intervista a Massimo Chiriatti (24 novembre 2014)

massimochiriatti.png

Agatino Grillo: Ciao Massimo. Vuoi presentarti?

Massimo Chiriatti: Ciao a tutti. Sono un tecnologo, studioso dell’economa digitale e blogger de Il Sole 24 Ore. Ho una laurea in Scienze Politiche e ho conseguito un Master in Governo dei Sistemi Informativi. Mi occupo in particolare delle aree di intersezione tra la tecnologia e l’economia digitale con particolare attenzione alle possibili conseguenze a livello sociale ed occupazionale.
Potete contattarmi via email, Twitter, Facebook, Linkedin

locandina2-devfest-2.png

Agatino Grillo: Cosa ci facevi alla Google DevFest di Roma dello scorso 8 novembre 2014?

Massimo Chiriatti: Gli amici di Google Developer mi hanno invitato a partecipare come speaker alla conferenza iniziale nella quale diversi relatori hanno portato la loro testimonianza sui cambiamenti che le nuove tecnologie stanno portando nei rispettivi campi di competenza.

Agatino Grillo: Hai intitolato il tuo intervento (qui in pdf, 14 slide, 790 K), dedicato al mondo del lavoro, “Work games”; un omaggio al film “War Games”  e contemporaneamente una chiara indicazione che sempre più anche nel lavoro c’è una forte competizione tra uomini e macchine?

141124-work-games.jpg

Agatino Grillo: Nel mio intervento sono partito dalla semplice constatazione che sempre più le macchine e i software evoluti permettono di sostituire attività lavorative precedentemente gestibili solo da esseri umani. Si è cominciato con l’automazione dei lavori a forte manualità e ripetibilità (agricoltura e catene di montaggio nell’impresa manifatturiera) per passare all’informatizzazione di lavori a forte contenuto informativo (vendita biglietti e check-in, negozi anche fisici virtualizzati e automatizzati, banche e assicurazioni che offrono sempre più servizi solo online) fino alla situazione odierna in cui la nuova frontiera è quella delle macchine dotate di capacità previsionali sulla base dei dati accumulati (logica abduttiva cioè software capaci di fare diagnosi a partire dai sintomi). Le mie conclusioni, un po’ provocatorie, sono che non conviene lavorare contro le macchine, piuttosto dobbiamo lavorare con loro per moltiplicare insieme l’output e quindi il benessere (da dividere più equamente).

Agatino Grillo: Cosa significa?

Massimo Chiriatti: Dato che le tecnologie sono sempre più sofisticate e meno costose le imprese ovviamente cercano di sostituire il lavoro umano dovunque sia possibile con il lavoro delle macchine; ad oggi le aree in cui ciò non è ancora possibile riguardano i lavori creativi e i lavori dove l’empatia con gli altri esseri umani gioca ancora un ruolo fondamentale. Così diventa fondamentale essere innovativi, saper comunicare, saper lavorare in team. Detto in altre parole: la classe lavoratrice “media” scompare perché siamo in un sistema che va verso attività particolari, che cambiano in fretta e non richiede persone “tuttofare” ma talenti specializzati. La Rete ci offre però la possibilità di “metterci in vista” ed essere individuati dalle aziende alla ricerca delle nostre capacità. Attenzione però: il web permette a tutti di mettersi in mostra e pertanto esaspera la competizione.

Agatino Grillo: Dunque?

Massimo Chiriatti: Prima chi cercava lavora passava in rassegna gli annunci, ora è un algoritmo che cerca la parola chiave. E non è la stessa cosa. È una conseguenza logica di anni passati ad inserire i nostri CV nei database online, così che adesso siamo all’interno di una matrice di dati. Quando ci sarà l’incrocio di domanda e offerta, un match, sarà il lavoro a cercarci, e si paleserà con una notifica sullo smartphone.

Agatino Grillo: Non c’è il rischio di un individualismo professionale troppo spinto? E l’Italia è pronta a queste sfide o rischiamo di trovarci sempre più alla periferia dell’impero delle grandi corporation?

Massimo Chiriatti: Deve essere chiaro che il mondo cambia nonostante i nostri timori. I fatti sono questi: le grandi imprese aumentano di numero, decentralizzano e hanno vita più breve. Dal 1988 al 2007 sono raddoppiate, siamo passati da 25 a 50 milioni di imprese nel mondo, anche questi sono i benefici della globalizzazione, spesso trascurati, perché non si creano nel nostro territorio. I fattori chiave di tale dinamica sono il calo dei costi sia del trasporto dei beni e delle informazioni, sia dell’elaborazione e della memorizzazione. Detto in altri termini: i capitali si sono sempre mossi verso la più alta remunerazione e oggi vanno dove ci sono le intelligenze migliori, non dove il lavoro costa meno o in un territorio delimitato. Siamo erroneamente rimasti ancorati all’idea che le imprese abbiamo vite secolari ma non è più così: le più grandi imprese sono quelle nate circa dieci anni fa; di questo passo immaginiamo cosa – e soprattutto chi- farà nascere le imprese nel prossimo decennio. Adesso i capitali - e le tecnologie - vanno incontro anche a una singola impresa, fatta anche da una sola persona molto talentuosa.

Agatino Grillo: Grazie Massimo e buon lavoro

Massimo Chiriatti: Grazie a tutti

Le slide della presentazione di Massimo al Google DevFest 2014 di Roma

  • Massimo Chiriatti, “Work Games”, Google DevFest 2014, Roma , 8 novembre 2014 (pdf, 14 slide, 790 K)

Approfondimenti

Per contattare Massimo

Articoli collegati

Storia: progettare esperienze multimediali immersive - intervista a Darius Arya, archeologo multi-piattaforma (18 novembre 2014)

darius-arya.jpg

Agatino Grillo: Ciao Darius, puoi presentarti in poche parole?

Darius Arya: Ciao a tutti. Sono un archeologo classico. Ho studiato negli Stati Uniti, dove ho conseguito il dottorato all’Università di Austin in Texas, e in Italia e risiedo a Roma da oltre 15 anni il luogo migliore per “vivere” quotidianamente la mia passione: la storia! Sono CEO e co-fondatore dell’American Institute for Roman Culture (AIRC) una organizzazione no-profit statunitense che realizza programmi di studio “full immersion” di cultura italiana moderna e classica oltre a percorsi formativi accreditati a livello universitario e a campagne di scavo. Abbiamo programmi di collaborazione con il comune di Roma e con il ministero dei Beni Culturali italiano grazie alle nostre innovative modalità di “comunicazione visuale” in materia di divulgazione e protezione del patrimonio artistico.

Agatino Grillo: Sei stato relatore alla Google Developer Group (GDG) Fest dell’8 novembre a Roma. Che ci faceva un archeologo nel regno dei nerd?

Darius Arya: Le feste GDG sono grandi eventi informali organizzati dalle comunità dei programmatori Google e incentrate su sessioni e presentazioni che affrontano aree diverse e correlate tra loro. È stato molto emozionante per me parlare a questo pubblico assai diverso dagli ambienti accademici a cui di solito si rivolgono gli archeologi nei loro interventi in particolar modo perché ero molto curioso di ascoltare le nuove idee e soluzioni proposte dagli innovatori presenti in una conferenza come quella di Google. Il mio intervento ha riguardato le modalità di “narrare” la storia di Roma utilizzando i nuovi social media digitali come YouTube, Instagram, Twitter, FaceBook eccetera. Ho anche presentato un paio di video: il primo tratto dal nostro nuovo progetto “Ancient Rome Live” e il secondo “Save Rome: Preserving the Eternal City in the 21st Century” sui come difendere il patrimonio culturale. Con questi supporti multimediali ho cercato di spiegare meglio la mia idea che possiamo preservare meglio la nostra storia e i nostri beni culturali attraverso l’uso accorto dei nuovi media. Da questo punto di vista YouTube offre grandi opportunità specie se i video sono combinati ed arricchiti con strumenti offerti da altre piattaforme e applicazioni.

Agatino Grillo: Dunque sei una sorta di archeologo multi-piattaforma?

Darius Arya: Mi piace definirmi un “archeologo, presentatore di documentari, esperto e influencer di social media”. Ciascuno di questi ambiti si interseca e alimenta gli altri. Il punto di partenza della mia attività è il mio percorso universitario dal quale sono partito per lanciare, insieme con i colleghi di AIRC e i nostri partner, il progetto di condividere le informazioni culturali in modo più accessibili e moderno. Così ho cominciato con il trasformare i contenuti dell’archeologia in format televisivi grazie ai documentari e successivamente ho tentato di creare esperienze multimediali “immersive” usando le nuove reti sociali.

locandina-devFestSmall-2.jpg

Agatino Grillo: Tutto ciò suona molto “Google compliant”. Che reazioni hai avuto al tuo intervento da parte dei programmatori Google?

Darius Arya: Tutti gli speakers della conferenza Google hanno presentato progetti innovativi relativi a esperienze multimediali “immersive”: Serena Zonca ha illustrato il tema del “virtual storytelling”, Sergio Paolini ha parlato dell’uso della nuove tecnologie in sala operatoria, Antonella Blasetti ha illustrato la “Google Night Walk” un tour immersivo di Marsiglia realizzato grazie alle foto di “Street View” e ad audio guide. Tutte le presentazioni erano finalizzate ad immaginare come creare nuove esperienze di “immersive media” grazie a elementi interattivi e ricchi dal punto di vista multimediale che permettano alle persone di essere coinvolte in nuove esperienze sensoriali e contemporaneamente fornire nuovi contenuti di conoscenza. Mi piacerebbe realizzare qualcosa di simile al “Marseille Street View project” per la città di Roma; lo scorso anno abbiamo discusso a lungo con Google su quale fosse il modo migliore per realizzare altri siti in modalità “Google Street View” e la mia idea è sempre stata che occorresse integrare elementi “arricchiti” per una utenza mobile: immagini significative, testo, video! Proprio quello che Google ha fatto con Marsiglia e che spero riusciremo a replicare per Roma.

Agatino Grillo: Prossimi passi?

Darius Arya: Come detto lanceremo nel 2015 il nostro nuovo progetto “Ancient Rome Live” sul quale spero si costituisca una vera comunità formata da  programmatori informatici, studenti ed esperti provenienti da varie discipline classiche come storia e archeologia, tecniche di comunicazioni di massa, giornalismo, arte e design capaci, tutti insieme, di inventare nuovi strumenti e linguaggi che sappiano ricreare vere esperienze immersive in differenti campi professionali.

Agatino Grillo: Grazie Darius.

Darius Arya: Grazie a voi

Come contattare Darius

Articoli collegati

Let’s develop immersive multimedia experiences about history - Interview with Darius Arya “multi-platform” archaeologist (18th November 2014)

darius-arya.jpg

Agatino Grillo: Hi Darius, can you tell us a few words about yourself?

Darius Arya: I am an American classical archaeologist. I studied in Italy and the USA (Ph.D. University of Texas at Austin) and have been residing in Rome for over 15 years.  I’m living history every day, and I love it! I am the CEO and co-founder of the American Institute for Roman Culture (AIRC) a US non-profit organization that provides students with a full immersion into modern Italian culture while learning about the past in university accredited programs and excavations.  Our collaborations with the city and Ministry of Culture have set us apart, as have our visual communications efforts to promote and preserve Italian heritage.

Agatino Grillo: You were a speaker to the Google Developer Group (GDG) Fest on 8th November in Rome. Why a classical archaeologist in the environment of computer nerds?

Darius Arya: GDG DevFests are large, community-run events that can offer speaker sessions across multiple product areas. I am thrilled to talk with this kind of audience, far removed from the standard archaeology circles, because I’m excited about what these innovators can create. My talk focused on Rome’s history through social and digital media like YouTube, Instagram, Twitter, Facebook and so on.  I presented a couple of videos, our new “Ancient Rome Live” project and conservation effort, “Save Rome: Preserving the Eternal City in the 21st Century”, to explain the idea that we can we can better preserve our common history and heritage through new media outlets.  YouTube offers a great venue combined with other learning platforms and applications.

Agatino Grillo: So you are a sort of multi-platform archaeologist?

Darius Arya: I like to define myself as an “archaeologist, TV documentarian, and social media influencer”. Each activity feeds the other. The core is my academic background in close collaboration with my AIRC colleagues and our partnerships, together with our online project of sharing information in a more accessible, and engaging, way.  In recent years we have been working to translate my TV archaeological experiences into an original, and more “immersive” media experience with new social networks and our videos produced on site.

locandina-devFestSmall-2.jpg

Agatino Grillo: This sounds very Google compliant. What were the reactions from Google developers to your speech?

Darius Arya: All the speakers of Google conference exhibit innovative projects about these related  immersive experiences: Serenza Zonca illustrated the theme of virtual storytelling, Sergio Paolini spoke about new technologies in operating room, Antonella Blasetti demonstrated the “Google Night Walk” an immersive tour of Marseille with Street View photos and an audio guide. All presentations aimed to imagine how create new experiences of immersive media with rich interactive elements keeping people engaged in new media and at the same time offering more knowledge. I would be very keen to develop something similar to the Marseille Street View project in Rome; we’ve already been discussing with Google this past year to put some other lesser known sites on Google Street View - I’ve always advocated that more content is necessary to engage an active, mobile audience: with relevant images, text, video! And Google is doing it now with Marseille - so yes, we’d love to get involved!

Agatino Grillo: Next steps?

Darius Arya: I hope that after we launch in 2015 we will be able to scale up “Ancient Rome Live” through a community of engaged programmers, students, experts from many disciplines, including history, the classics, mass communications, journalism, and art and design capable to invent new tools to reproduce immersive experiences in different professional fields.

Agatino Grillo: Thanks Darius

Darius Arya: Thank you very much!

How to contact Darius

Connected posts

Costruiamo insieme una storia immersiva – intervista a Serena Zonca (12 novembre 2014)

serena.jpeg

Agatino Grillo: Ciao Serena. Vuoi presentarti rapidamente?

Serena Zonca: Ciao a tutti. Mi chiamo Serena Zonca, sono bergamasca, classe 1967. Sono laureata in Lingue e letterature straniere, giornalista e professionalmente mi occupo di editoria cartacea e digitale. Curo il sito Autopubblicarsi.it dedicato alle nuove forme di editoria e in particolare al self-publishing. Mi piace sperimentare e credo che gli ebook siano il grado zero della nuova editoria. Ulteriori informazioni su di me sono disponibili sul mio blog. Ovviamente posso essere contattata via Facebook, Linkedin e Twitter o direttamente attraverso il mio sito.

twitter-gdg-4.png

Agatino Grillo: Che ci facevi alla Google DevFest di Roma dello scorso 8 novembre 2014 tra programmatori, ingegneri e nerd vari?

Serena Zonca: Google mi ha chiesto un contributo per la conferenza generale del mattino su come le nuove tecnologie stiano trasformando il modo di lavorare e così ho presentato un intervento sul tema della realtà virtuale e del “virtual storytelling”.

Agatino Grillo: Cominciamo dalla realtà virtuale. Non è stata una grande delusione? Se ne parla da anni ma ancora non ci sono risultati significativi o sbaglio?

Serena Zonca: Come ho raccontato nel mio intervento, ho sperimentato per la prima volta la realtà virtuale nel 1992 a un evento intitolato Laboratori del virtuale organizzato dalla Triennale a Milano. Bisognava indossare un enorme casco e un cinturone, collegati tramite un mazzo di cavi a un computer che all’epoca pareva mostruoso e oggi farebbe tenerezza e a dire la verità mi vergognavo non poco all’idea di bardarmi a quel modo, anche perché una piccola folla sghignazzava osservando i volontari così mascherati. E invece, una volta collegata mi sono ritrovata in un nuovo universo virtuale: una stanza bianca, spoglia; nell’aria erano sospesi alcuni aeroplanini, una manciata di poligoni. I pixel erano grossi come frittelle e il frame rate di 4-5 fps. Però … io ero lì. La stanza esisteva, era vera! Da allora mi interesso di realtà virtuale.

Agatino Grillo: Cos’è invece il “virtual storytelling”?

Serena Zonca: Narrare storie fa parte della natura degli esseri umani e quindi lo storytelling è un meccanismo collaudato e potente per catturare l’attenzione, comunicare e generare emozioni, come ben sanno i pubblicitari. Pur essendo una costante antropologica, anche la narrazione si è evoluta nel tempo. È passata dall’oralità dei racconti primordiali alla scrittura, prendendo le forme del teatro, del romanzo, della sceneggiatura cinematografica e televisiva, della traccia di un videogame. Si è adattata ai mezzi tecnici di volta in volta a disposizione.
La sfida del “virtual storytelling” è fondere la narrazione con le attuali tecnologie, compresa la realtà virtuale, per creare un nuovo mezzo narrativo che non sarà più fruito passivamente come gli attuali libri o film, ma in modo interattivo: le storie potranno non limitarsi più a un inizio e una fine ma prevedere bivi e conclusioni multiple. Per realizzare il “virtual storytelling” gli scrittori dovranno collaborare con gli sviluppatori di software, con i grafici, con i modellatori 3D...

Agatino Grillo: Qual è il punto di contatto tra il “virtual storytelling” e la realtà virtuale?

Serena Zonca: Il collegamento è l’immersività, che è un’altra costante della storia culturale. Gli esseri umani hanno sempre cercato di ricreare mondi e l’illusione di farne parte, di esserne circondati a 360°. I primi esempi risalgono all’antichità classica: mi riferisco agli affreschi della Villa di Livia a Primaporta, a Roma, al trompe l’oeil della Sala delle Prospettive di Villa Farnesina sempre a Roma e a tanti altri esempi fino ad arrivare al Cinerama e al Sensorama degli anni ‘60 del 1900.
Arriviamo così al 1992 di cui parlavo prima. La realtà virtuale era la promessa di una rivoluzione immersiva che però non c’è stata. I computer erano troppo lenti; i display, i rilevatori di posizione, i guanti troppo costosi e ingombranti. Le magnifiche sorti e progressive della realtà virtuale hanno subito una battuta d’arresto prima ancora che le previsioni apocalittiche dei detrattori avessero il tempo di verificarsi.
Oggi, però, la congiuntura torna a presentarsi favorevole. Grazie, da una parte, agli avanzamenti della tecnologia e, dall’altra, alla naturalezza con cui ormai ci rapportiamo con i processori e la rete.
Con una configurazione il cui costo iniziale sul mercato si aggira intorno al migliaio di euro (Oculus Rift, Microsoft Kinect e Virtuix Omni) siamo già in grado di entrare dentro un mondo artificiale e di muoverci e interagire con naturalezza con le sue componenti.

141112-sensorama.jpg

Agatino Grillo: Come pensi evolverà l’editoria nei prossimi anni? Molti temono che le nuove tecnologie possano spazzare via il mondo che conosciamo adesso e hanno giustificati timori. Tra 10 anni esisteranno ancora i libri? O faranno la fine del vinile?

Serena Zonca: Il mondo non si ferma per le nostre paure. La vera sfida è governare il cambiamento, non opporvisi. Sono comunque convinta che i libri cartacei continueranno a esistere per decenni. Quello su cui dobbiamo lavorare è costruire nuovi linguaggi e nuovi strumenti che ci permettano di sfruttare le opportunità che la tecnologia oggi ci offre e di soddisfare i bisogni di un pubblico nuovo. Per questo sono stata ben lieta di partecipare all’incontro di Google e di confrontarmi con i tecnici che progettano strumenti digitali fondamentali per lo sviluppo culturale dell’umanità.

google-devfest-2.jpg

Agatino Grillo: C’è qualche progetto concreto a cui stai lavorando su questo versante?

Serena Zonca: Proprio alla Google DevFest di Roma abbiamo lanciato la proposta di creare una vera “storia immersiva” grazie alla potenza e alla ricchezza della comunità che si tra sviluppando intorno a questo tipo di evento. Un altro obiettivo potrebbe essere quello di sviluppare nuovi strumenti per avvicinare gli autori all’immersività e dare loro autonomia nella sperimentazione di nuovi linguaggio espressivi che richiedono, come dicevo, una forte condivisione di esperienze e lavoro con altre figure professionali.

Agatino Grillo: Grazie Serena e buon lavoro!

Serena Zonca: Grazie a tutti!

Testo e slide della presentazione di Serena alla Google DevFest 2014

  • Serena Zonca, “Virtual Storytelling”, Google DevFest 2014, Roma , 8 novembre 2014

Per contattare Serena Zonca

Articoli collegati

Google: DevFest Roma 2014 (Università Roma TRE, 8 novembre 2014)

locandina2-devfest-2.png
(foto tratte da Google+  e da Twitter)

Ho partecipato, presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università Roma TRE, alla Developer Fest organizzata da Google a Roma l’8 novembre 2014  per farmi un’idea di cosa bolle in pentola nella “miglior azienda del mondo” secondo la classifica Fortune 2014  e di “Great Place to work”.
Ho assistito solo alla conferenza del mattino che aveva un taglio più “filosofico” e non ai “labs” previsti dopo pranzo che consistevano in sessioni pratiche dedicate ai vari ambienti di sviluppo e alle soluzioni di Google.
Entrando in sala mi aspettavo un ambiente un po’ formale (leggi: palloso) come spesso avviene in questi incontri slide-centrici e invece mi sono ritrovato in una specie di mega assemblea allegra e improvvisata dove non sono mancati (legge di Murphy) i soliti imprevisti divertenti: microfono che non funziona, sirena d’allarme antincendio che suona nei momenti meno opportuni, eccetera.
Ecco le mie impressioni e note!

locandina-devFestSmall-2.jpg

Il programma

Il programma, scarno e multicolore come l’home page di Google recitava semplicemente:

  • 9:30 Benvenuto - Paolo Merialdo ed Antonella Blasetti
  • 10:00 Serena Zonca - Virtual Storytelling
  • 10:45 Massimo Chiriatti - Work Games
  • 11:30 Darius Arya - Ancient (and Modern) Rome live
  • 12:15 Sergio Paolini - Il Web e la neurochirurgia
  • 13:00 I Lab e le attività del Gruppo
  • 14:30 I Lab
  • 17:00: Caccia al Tesoro

Paolo Merialdo e Antonella Blasetti : che la festa cominci!

paolo-merialdo.png

Si comincia con Paolo che in qualità di docente dell’Università Roma TRE dà il benvenuti a tutti i presenti.

antonella-blasetti.jpg
Segue Antonella (il “boss” dell’evento) che chiarisce lo spirito della manifestazione: la Google DevFest non è una conferenza ma una festa dove ci si incontra per scambiarsi esperienze, rafforzare motivazioni e progettare attività comuni da fare insieme.
“Non siamo qui solo per parlare di nuove tecnologie” ha sottolineato Antonella “ma in primo luogo per condividere informazioni, capire come cambia il mondo intorno a noi e immaginare insieme come possiamo favorire questo cambiamento anche grazie agli strumenti messi a disposizione da Google”.
Per raggiungere questo obiettivo, ha continuato Antonella “abbiamo tre speaker molto diversi tra loro ma accomunati da due cose:

  1. la passione e l’eccellenza nella loro attività professionale
  2. la necessità di adottare tecnologie innovative per rendere il loro lavoro sempre più di qualità”.

Serena Zonca: Virtual Storytelling

serena-zonca.jpeg

Serena, editor, giornalista, curatrice del sito Autopubblicarsi.it ha condotto una dotta e appassionata presentazione sulla realtà virtuale (VR) proponendo in conclusione un progetto collettivo per la realizzazione di un libro elettronico “immersivo” che permetta cioè al lettore di fruire, a costi contenuti, di una storia con gli strumenti VR oggi già a disposizione (la piattaforma composta da Oculus, Kinect e data-glove).

Testo e slide della presentazione di Serena

  • Serena Zonca, “Virtual Storytelling”, Google DevFest 2014, Roma , 8 novembre 2014

Massimo Chiriatti - Work Games

massimochiriatti.png

Massimo, tecnologo, economista digitale e blogger de Il Sole 24 Ore, ha svolto una simpatica presentazione (qui in pdf, 14 slide, 790 K), sul tema del “mondo del lavoro” e sui rischi/opportunità rappresentati a riguardo dalle nuove tecnologie.
In sintesi, secondo Massimo, occorre abbandonare l’idea di lavorare tutta la vita presso un unico datore di lavoro (anche perché la vita media delle grandi imprese USA è in diminuzione mentre contemporaneamente aumenta l’aspettativa di vita, anche lavorativa, delle persone) ed abituarsi a diventare lavorativamente “nomadi” avendo ben chiaro che la competizione tra coloro che aspirano ad essere assunti si gioca sulla specializzazione delle proprie competenze e sulla capacità di saper “comunicare” la propria expertise anche attraverso i nuovi media digitali.

Le slide della presentazione di Massimo

  • Massimo Chiriatti, “Work Games”, Google DevFest 2014, Roma , 8 novembre 2014 (pdf, 14 slide, 790 K)

Darius Arya - Ancient (and Modern) Rome live

darius-arya.jpg

Darius, architetto, divulgatore, wikipediano, documentarista ed altro  ha illustrato in ital-english il progetto @SaveRome de “The American Institute for Roman Culture”   che intende promuovere il patrimonio culturale attraverso un approccio culturale multichannel: web, video, social media, audiovisivi tradizionali.

I video della presentazione di Darius

Darius Arya per American Institute for Roman Culture :

  • Ancient Rome Live, Introduction (video, circa 2 minuti)
  • Save Rome: Preserving the Eternal City in the 21st Century (video, 7,30 minuti circa)

Sergio Paolini - Il Web e la neurochirurgia

sergio-paolini-2.jpg

Sergio, neurochirurgo, ha presentato una brillante presentazione su come il web ha radicalmente modificato il campo della chirurgia negli ultimi 10 anni sia per quanto riguarda l’interazione medico-paziente sia per quanto riguarda la formazione e la pratica clinica dei medici.
Sergio ha anche evidenziato i limiti e i ritardi dell’Italia in questo campo specie per quanto riguarda l’intervento delle strutture pubbliche.
Secondo Sergio le nuove tecnologie possono giocare un ruolo fondamentale in questo campo: l’ingresso di Internet in sala operatoria sta producendo miglioramenti significativi della pratica medica grazie alla condivisione delle informazioni tra gli operatori; ulteriori passi in avanti sono prevedibili grazie al cosiddetto weareable computing in primis i “Google Glass”.

Le conclusioni

antonella-speaking-2.jpg

La prima parte della Google DevFest 2014 si è chiusa con alcune rapide conclusioni di Antonella Blasetti:

  • siamo qui per costituire una community dove ciascuno possa dare il suo contributo;
  • dobbiamo ragionare in modo nuovo: le soluzioni si costruiscono “dal basso” proponendo azioni comuni;
  • gli “utilizzatori” delle nuove tecnologie spesso sono più avanti in termini di conoscenze dei “tecnici” come hanno dimostrato gli speaker presenti;
  • competenze diverse arricchiscono le soluzioni.

Antonella ha proposto di lavorare pertanto sui progetti lanciati durante gli speech: virtual storytelling e comunicazione integrata sul patrimonio culturale; su quest’ultimo punto si può far riferimento al sito che Google ha realizzato per la città di Marsiglia

I Dev Labs di Google DevFest 2014

tipi-google-2.jpg

Questi i “laboratori” che hanno avuto luogo nel pomeriggio

  • An introduction to GO (Golang)
  • Chromecast + Android TV
  • Google BigQuery in Action
  • Dart: Join the Dart side of Web Development
  • Android Wear: No more pocket watches
  • Verso il Web 3.0 con BabelNet e Babelfy
  • Android Lollipop
  • Cloud Cult Platform: Roma non è mai stata così ''Esposta''!
  • Introduzione ad AngularJS
  • MongoDB
  • SpaceInvaders (Unity3d)
  • Workshop sui Sismologi fai da te…: Android App

Contatti & Info

Paolo Merialdo

merialdo@dia.uniroma3.it
https://www.linkedin.com/in/paolomerialdo
http://www.innovactionlab.org/  

Antonella Blasetti

https://plus.google.com/107982651345894973443/posts
https://www.linkedin.com/in/antonellablasetti
https://www.facebook.com/antonella.blasetti
https://twitter.com/blasetta @blasetta

Serena Zonca

Massimo Chiriatti

http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com/about
mchiriatti@gmail.com
http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com/
https://twitter.com/massimochi  @massimochi

Darius Arya

http://en.wikipedia.org/wiki/Darius_Arya   
http://www.dariusaryadigs.com/
http://romanculture.org/
@SaveRome https://twitter.com/SaveRome

Sergio Paolini

http://gomppublic.uniroma1.it/Docenti/Render.aspx?UID=f956173e-7444-43cc...
https://www.linkedin.com/pub/sergio-paolini/40/443/b1a

Cos’è il Google Developer Group Roma LAB?

Fonte: https://developers.google.com/groups/chapter/110676501469531199993/
Il Google Developer Group Roma LAB (GDG Roma LAB)  è un gruppo di informatici che provengono o lavorano a Roma, nel Lazio o in Abruzzo interessati alle tecniche di sviluppo ed ai progetti innovativi, e quindi a ciò che Google mette a disposizione dei programmatori.
“Ci interessa la tecnologia, ma ancora di più come la tecnologia possa essere utilizzata per migliorare (in meglio) la vita della gente.
Siamo convinti che questo gruppo possa facilitare l'incontro di gente sveglia e preparata per far fiorire idee, discussioni e collaborazioni”.
Ulteriori informazioni sui GDG e sul supporto Google ai programmatori https://developers.google.com/?hl=it .

Le slide & i video

  • Serena Zonca, “Virtual Storytelling”, Google DevFest 2014, Roma , 8 novembre 2014
  • Massimo Chiriatti, “Work Games”, Google DevFest 2014, Roma , 8 novembre 2014 (pdf, 14 slide, 790 K)
  • Darius Arya per American Institute for Roman Culture :
    • Ancient Rome Live, Introduction (video, circa 2 minuti)
    • Save Rome: Preserving the Eternal City in the 21st Century (video, 7,30 minuti circa)

Articoli collegati

Lotta all’evasione con la moneta elettronica (MF, 25 giugno 2014)

140415-milano-finanza-logo-2.png
Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate
Il 5 giugno 2014 è nata l’Italian e-payment coalition, la prima coalizione italiana di consumatori che si occuperà specificatamente di pagamenti elettronici
di Antonio Longo, presidente Iepc Italian E-Payment Coalition
L’Italian e-payment coalition (Iepc) nasce dall’idea di quattro associazioni di consumatori (Movimento difesa del cittadino http://www.difesadelcittadino.it/ , Cittadinanzattiva onlus http://www.cittadinanzattiva.it/ , Confconsumatori http://www.confconsumatori.it/  e Assoutenti http://www.assoutenti.it/ ) con l’obiettivo di promuovere la diffusione dei pagamenti elettronici e sensibilizzare il cittadino al corretto uso della moneta elettronica, perché la velocità e la sicurezza dei pagamenti, la possibilità di acquistare ovunque e con più dispositivi, insieme alla tracciabilità e la lotta al sommerso sono tra i fondamenti di un’economia sostenibile.
L’ambizione della coalizione è quella di essere una guida per gli utenti nell’universo, piuttosto variegato, dei pagamenti elettronici e degli strumenti e servizi di pagamento in generale, al fine di favorirne un utilizzo consapevole, tale da rendere l’utilizzatore cosciente della normativa, nazionale e internazionale, che disciplina il settore.
L’utilizzo delle comuni carte di pagamento è governato, infatti, da un apparato legislativo di non sempre uniforme applicazione, con conseguenti ripercussioni sull’economia reale, e dunque sui consumatori, molto spesso sottostimate o del tutto sconosciute.
È il caso, per esempio, della recente proposta di Regolamento sulle transazioni interbancarie, adottata il 24 luglio 2013 dalla Commissione europea, che, tra le altre cose, stabilisce un tetto massimo alle commissioni interbancarie dello 0,2% del valore dell’operazione per le carte di debito e dello 0,3% per le carte di credito.
Giova ricordare che le commissioni interbancarie sulle transazioni sono una percentuale dell’importo transatto che la banca dell’esercente riconosce a quella del consumatore per coprire costi necessari a cui non si può rinunciare, pena la sopravvivenza dello stesso circuito di pagamento elettronico. Tali soglie si applicheranno esclusivamente a certi tipi di carte, e sono escluse le carte emesse dai circuiti di pagamento a tre parti (American Express e Diners), che non solo sono le più costose per i consumatori ma si rischia di creare effetti distorsivi sul mercato dei sistemi di pagamento.
È piuttosto difficile capire in base a quale logica la Commissione abbia previsto l’applicazione di un tetto solo per i sistemi a quattro parti, i più utilizzati nelle spese di tutti i giorni e che già registrano le commissioni più basse, escludendo di fatto i circuiti di pagamento a tre parti, che, al contrario, sono meno accettati dagli esercizi commerciali, scontando, di fatto, commissioni molto più elevate.
La Commissione, pur riconoscendo che anche i circuiti a tre parti operano con commissioni interbancarie implicite, ha comunque ritenuto opportuno escluderle dall’applicazione delle soglie individuate, sulla base del fatto che tali carte deterrebbero una fetta di mercato limitata, possedendo una struttura di costo differente rispetto a quelle dei circuiti a quattro parti, ragion per cui una disciplina uniforme sarebbe difficilmente attuabile.
Ma dov’è l’efficacia del regolamento se lo scopo dichiarato dalla Commissione, quello di garantire la concorrenza nel mercato a favore dei consumatori, è tradito dalle previsioni del regolamento stesso?
È lecito immaginare, infatti, che i consumatori si potranno trovare spaesati, confusi e soprattutto meno protetti rispetto all’utilizzo di talune carte rispetto ad altre. Quello che secondo noi è importante, è prevedere regole uguale per tutti i sistemi, siano essi a tre o quattro parti, al fine di farli competere con le stesse regole.
Solo così i consumatori ne potranno trarre un vantaggio.
Occorre dunque scongiurare il rischio, sempre più concreto, che i consumatori finiscano con l’essere danneggiati da quanto previsto nella proposta della Commissione, vedendo la propria libertà di scelta nel mercato dei sistemi di pagamento limitata da una evidente, quanto ingiustificata, distorsione della concorrenza che, paradossalmente, è la Commissione stessa a legittimare nel tentativo di combatterla. L’Europa deve essere uno baluardo a protezione del buon funzionamento del mercato e del benessere dei cittadini. Probabilmente, nel caso specifico dei pagamenti elettronici, un approfondimento maggiore da parte del legislatore potrebbe evitare la produzione di norme che danneggiano i consumatori, piuttosto che proteggerli.
Speriamo quindi che la presidenza di turno italiana ponga la giusta attenzione su questo provvedimento.

140626-iepc-logo.png

Link

AG-Vocabolario: 

Il miglior sponsor? I dipendenti (Italia Oggi, 23 giugno 2014)

ItaliaOggiLogo.jpg
Fonte: IusLetter
Pagina a cura di Sibilla Di Palma  
«Il destino di un uomo è nel suo carattere», scriveva il filosofo Menandro. E oggi si potrebbe aggiungere: «E nella sua reputazione». Perché nell’era del web 2.0 e dei social media in cui tutto viene diffuso e condiviso il successo o l’insuccesso del singolo, ma anche delle organizzazioni, passa in buon parte anche attraverso la Rete.
Con i dipendenti delle aziende che svolgono un ruolo sempre più strategico sul fronte della brand reputation presso i consumatori.

Lavoratori sempre più attivi sul web

Secondo l’indagine «Employees rising: seizing the opportunity in employee activism» (pdf, 6.6 M, 24pp.) condotta da Weber Shandwick in partnership con Krc Research, basata su un sondaggio online che ha coinvolto un campione di 2.300 dipendenti d’azienda di 15 diversi paesi del mondo, in Europa quasi uno su cinque è un dipendente attivo, mentre un buon 32% ha un grosso potenziale nel poterlo diventare. La maggior parte dei dipendenti attivi, inoltre, dà visibilità al proprio posto di lavoro, difende la propria organizzazione dalle critiche esterne e si comporta come un vero e proprio advocate, sia online sia offline. Dando uno sguardo alla ricerca più nel dettaglio, il 43% degli intervistati pubblica sui social messaggi, foto o video inerenti all’azienda per cui lavora e il 33% ha condiviso un commento positivo sulla propria società. «Il fenomeno dei dipendenti attivi non deve essere sottovalutato», afferma Leslie Gaines-Ross, chief reputation strategist di Weber Shandwick. «È molto importante per i ceo identificare e riuscire ad attivare tutti coloro che mostrano già una certa predisposizione ad appoggiare l’organizzazione per cui lavorano». Alcune aziende si sono infatti incamminate su questo trend, considerato che in Europa il 24% delle imprese incentiva il proprio staff a pubblicare e a condividere sui social notizie inerenti il proprio posto di lavoro. Una forma di incoraggiamento che ha un forte impatto in termini di advocacy tra i dipendenti. Le persone che lavorano per compagnie che incoraggiano la condivisione sui social sono infatti più propense (+51%) a consigliare ad altri i prodotti o i servizi dell’azienda stessa.
Un fenomeno in cui comunque non mancano le zone d’ombra: in base alla ricerca, infatti, l’11% dei dipendenti ha condiviso online critiche o commenti negativi sulla propria società e il 10% ha pubblicato online qualcosa sull’azienda, di cui poi si è pentito.

Il rischio di bad advocate

Il rischio dunque è che, se non monitorati e ricondotti all’interno di una precisa strategia aziendale, gli interventi dei dipendenti sui social network possano rivelarsi dannosi per il brand.
Non a caso, un dipendente Apple nel Regno Unito è stato licenziato dopo aver criticato l’azienda sul proprio account Facebook. «I dipendenti hanno la possibilità di esprimere tramite il web e i social network delle opinioni rispetto all’organizzazione per cui lavorano. Molte aziende però mostrano ancora scarsa sensibilità su questo tema senza rendersi pienamente conto dell’impatto che tutto ciò può avere sulla reputazione aziendale», osserva Antonio De Nardis, digital strategist e reputation coach, nonché relatore del corso «Reputation Day» organizzato dalla The European House-Ambrosetti.
Una mancanza di cultura e di formazione sul tema sottolineata anche da Andrea Barchiesi, ceo di reputation manager, società specializzata nella consulenza sulla reputazione on line. «C’è una forte asimmetria tra rischio e opportunità se i dipendenti non hanno seguito un corso educativo sui social media, ma sono stati repressi da questo punto di vista. Se ad esempio un lavoratore esprime nel suo account Twitter pareri o opinioni che vanno contro la linea stabilita dall’azienda è un disastro». La strada sarebbe invece di procedere con la formazione mirata dei dipendenti per «sensibilizzarli sulle opportunità e i rischi di una comunicazione non appropriata sul web», specifica De Nardis. Insieme alla creazione di una social media policy, «che stabilisca cioè delle regole di comportamento su ciò che i dipendenti possono o non possono fare attraverso i social e che allo stesso tempo fornisca delle linee guida per consentire ai lavoratori di gestire al meglio la conversazione sui social network». Ed evitare in questo modo eventuali effetti boomerang, come accaduto più volte negli Stati Uniti dove i lavoratori di alcune società si sono assunti il ruolo di paladini del brand aziendale contro le critiche dei consumatori senza avere una conoscenza del prodotto o del servizio sufficiente per poter smentire in maniera efficace le critiche. «All’interno delle aziende ci sono inoltre tanti talenti dotati di notevoli capacità sociali e che condividono con entusiasmo i valori aziendali. Questi ultimi vanno identificati, stimolati, coinvolti e valorizzati in modo da far emergere questo entusiasmo verso l’esterno», commenta Barchiesi.

I casi aziendali

Tra le aziende che si sono mostrate sensibili al tema spicca Starbucks che utilizza principalmente quattro social media per la propria comunicazione online (Facebook, Twitter, Youtube e Flickr) e ha lanciato un blog chiamato «Ideas in Action» dove i dipendenti della catena raccontano come mettono in pratica le idee dei clienti, in modo da sviluppare nei consumatori un senso di appartenenza con l’azienda. Mentre Tnt ha elaborato una social media policy aziendale con delle linee guida rivolte ai dipendenti per evitare «incidenti» nell’ambito delle proprie attività personali sui social media. Stesso discorso per Samsung che ha lanciato delle linee guida per i dipendenti in materia di social network, oltre a gruppi di advocates che hanno il compito di fornire supporto e sostegno ai dipendenti nella gestione delle tematiche aziendali online.
Dell ha invece lanciato la Social Media and Community University che prevede corsi indirizzati a tutti i dipendenti che puntano a istruirli sulla social media strategy aziendale e su come utilizzare i canali social per fidelizzare al meglio i clienti. Anche Adecco opera attraverso la formazione dei dipendenti su come gestire i social network. «Abbiamo inoltre sviluppato un programma interno di advocacy con cui puntiamo a individuare le persone in grado per abilità personali di propagare all’esterno in maniera positiva il nostro messaggio», afferma Silvia Zanella, global social media and online marketing director Adecco Group. Il tema è ancora agli albori in Italia, ma inizia a prendere piede anche tra le aziende Made in Italy, come dimostra il caso Amadori che utilizza Linkedin come strumento di ricerca del personale e nel 2011 ha sviluppato delle linee guida «divulgate attraverso la Intranet e le bacheche aziendali con l’obiettivo di generare consapevolezza tra i dipendenti sull’impatto che possono avere i social media per il business aziendale», conclude Fabio Barnabè, responsabile gestione e sviluppo risorse umane del gruppo.

Allegato

  • Weber Shandwick, «Employees rising: seizing the opportunity in employee activism» (pdf, 6.6 M, 24pp.) 
AG-Vocabolario: 

La scommessa dell’open data (Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2014)

il-sole24ore-logo
Fonte: Il Sole 24 Ore
di Aura Bertoni
Com’è la qualità dell’aria del quartiere dove vorrei trasferirmi?
Quali sono i siti protetti dalla Soprintendenza per i beni architettonici?
Quale il tempo medio per arrivare a sentenza in Tribunale?
I dati per rispondere a queste e ad altre domande come queste fanno parte del patrimonio informativo pubblico.
L’apertura dei dati detenuti dal settore pubblico è un’opportunità in termini di trasparenza dell’andamento della pubblica amministrazione ma anche per la creazione di servizi a elevato valore aggiunto.
È opinione diffusa che l’attuazione di politiche di open data incontri molti ostacoli giuridici.
I dati pubblici rappresentano un patrimonio comune di conoscenza che è auspicabile sia messo a disposizione di tutti e il legislatore ha riconosciuto questa circostanza nel 2006 attraverso il recepimento della direttiva europea del 2003 relativa al riutilizzo della public sector information (Psi).
A dieci anni di distanza, il 26 giugno 2013, è stata adottata un’ulteriore direttiva a parziale modifica della precedente: ora l’ordinamento europeo stabilisce in modo chiaro l’obbligo per gli Stati di rendere riutilizzabili i dati pubblici a meno che il loro accesso sia limitato o escluso.
Tuttavia la nuova direttiva in sé non interviene sui regimi di accesso all’interno degli Stati, che rimangono gli unici responsabili.
I limiti alla conoscibilità dei dati rimangono sia quelli previsti dai regimi nazionali sia quelli che tutelano la riservatezza dei soggetti a cui i dati si riferiscono. Il riuso è possibile solo per quei dati che sono già resi accessibili da parte degli enti pubblici.
Benché la più recente direttiva apporti un importante miglioramento introducendo un obbligo di consentire il riuso dei dati accessibili, il diritto di riutilizzo rischia di rimanere lettera morta in caso di regimi restrittivi.
Per questo motivo, il primo aspetto su cui concentrarsi è la disciplina dell’accesso all’informazione pubblica.
Attualmente il diritto d’accesso dev’essere sempre ricollegabile a una situazione soggettiva specifica e strumentale ad acquisire la conoscenza necessaria a valutare la portata lesiva di atti o comportamenti posti in essere dall’amministrazione. Nonostante le norme vigenti facciano riferimento a un principio di «accessibilità totale», obbligando le amministrazioni a essere trasparenti, esso resta una mera affermazione di principio senza che il diritto di accesso all’informazione pubblica sia garantito a chiunque, indipendentemente da ogni specifico interesse. A questo proposito, si impone il recepimento della direttiva del 2013.
Questo rappresenta l’occasione per una riforma della disciplina del patrimonio informativo pubblico.
La disciplina dell’accesso va coordinata con la normativa sulla privacy.
Il rispetto della riservatezza degli individui rimane una condizione essenziale per legittimare le operazioni di apertura dei dati pubblici nei confronti dei cittadini. La necessaria tutela della privacy non deve trasformarsi in alibi per evitare di intraprendere operazioni di diffusione dei dati pubblici. Oltre a ciò, la criticità della privacy non deve essere sovrastimata: per la gran parte i dati pubblici non sono riconducibili a una persona identificata o identificabile, e quindi non possono essere considerati come personali.
Infine, ci sono oggi tecnologie avanzate che consentono di proteggere i dati personali senza interrompere la diffusione delle informazioni, e che possono perciò essere un altro elemento a favore dell’apertura dei dati.
È vero, l’apertura e la condivisione dei dati pubblici sono una sfida per le amministrazioni.
Tuttavia, poiché il rilascio del loro patrimonio informativo rappresenta anche una notevole opportunità, niente sarebbe peggio che rinunciarvi. Insomma, la scommessa è ancora tutta da vincere ma la posta in gioco è massima.

Articoli collegati

AG-Vocabolario: 

Facebook diventa banca e lancia l’e-money (Il Sole 24 Ore, 15 aprile 2014)

il-sole24ore-logo
Fonte: Il Sole 24 Ore
Chissà se si chiamerà Facebank. Il social network fondato da Mark Zuckerberg potrebbe presto offrire servizi finanziari, come rimesse internazionali e pagamenti elettronici
di Luca De Biase
Secondo un’indiscrezione pubblicata dal Financial Times, Facebook sarebbe vicina a ottenere l’autorizzazione dalla Banca centrale irlandese.
Già Google e Vodafone a modo loro stanno esplorando questo genere di attività.
Si apre un nuovo scenario per le grandi piattaforme internettiane.
Che potrebbe avere conseguenze molto rilevanti.
È un’ipotesi credibile?
Il denaro è informazione.
Perché non dovrebbe diventare un argomento di sviluppo per le compagnie che si sono dimostrate più efficienti per gestire le altre forme di informazione, come Google, Facebook, Vodafone?
Ma il denaro è una forma di informazione molto preziosa e, dunque, regolamentata.
Per questo è restata finora appannaggio di compagnie specializzate come le banche.
E per questo gli scettici si domandano fino a che punto questa entrata delle compagnie internettiane possa arrivare.
La controversia è destinata a restare aperta per un po’. Facebook ha da sempre cercato di conoscere la reale identità dei suoi utenti.
Non c’è sempre riuscita.
La rete offre mille opportunità per nascondere un’identità dietro qualche avatar immaginario e questo è un limite per la trasformazione di Facebook in una piattaforma finanziaria. Si può immaginare che i servizi finanziari di Facebook dovrebbero essere offerti con un’applicazione dedicata all’interno della piattaforma. Un’applicazione che probabilmente non funzionerebbe proprio come le altre per le quali già oggi si svolgono scambi monetari - come quelle dedicate a videogiochi - che non sono a basso costo per gli utenti: di solito il social network, in effetti, di solito trattiene il 30% del valore scambiato.
Non poco per competere nel mercato delle rimesse internazionali.
Ma si tratta per ora di speculazioni, visto che Facebook non commenta ufficialmente la notizia.
Di certo, per quanto abbiano fatto finora, le compagnie come Facebook e Google, quando hanno tentato la via dell’entrata nel mercato dei pagamenti, non sono andate benissimo.
Ma per quanto gli scettici possano avere parzialmente ragione, le banche non dovrebbero sentirsi troppo al sicuro.
Stiamo assistendo a una fioritura di nuovi mercati del denaro, di nuovi servizi che hanno una valenza finanziaria, di nuove monete.
Il Bitcoin ha conquistato l’attenzione di molti per la sua caratteristica capacità di proteggere l’anonimato delle persone che usano e accumulano la moneta elettronica.
Totalmente diverso, il Sardex, come le altre monete complementari, ha aperto la strada per una modernizzazione fondamentale del baratto nelle comunità, aumentando l’attività economica delle aziende che l’adottano senza entrare in rotta di collisione con le monete ufficiali.
Già da tempo PayPal e altri servizi hanno conquistato una parte dei sistemi di pagamento online.
Se ora i giganti del web cominciano a proporsi di entrare nella gestione dei depositi di denaro e degli scambi internazionali, sapendo che potrebbero contare sulla localizzazione più favorevole dal punto di vista delle regole fiscali e bancarie e riconoscendo che si tratta di aziende estremamente efficienti nella gestione dell’informazione e nel rapporto con enormi quantità di utilizzatori, altri segmenti dell’attività bancaria potrebbero essere disintermediati.
La rivoluzione, su internet, spesso non è un rovesciamento improvviso delle posizioni, ma uno stillicidio di cambiamenti. Che si traducono gradualmente in una grande trasformazione.
Meglio accorgersene prima. E innovare prima degli altri.

AG-Vocabolario: 

Pagine