Facebook diventa banca e lancia l’e-money (Il Sole 24 Ore, 15 aprile 2014)

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Fonte: Il Sole 24 Ore
Chissà se si chiamerà Facebank. Il social network fondato da Mark Zuckerberg potrebbe presto offrire servizi finanziari, come rimesse internazionali e pagamenti elettronici
di Luca De Biase
Secondo un’indiscrezione pubblicata dal Financial Times, Facebook sarebbe vicina a ottenere l’autorizzazione dalla Banca centrale irlandese.
Già Google e Vodafone a modo loro stanno esplorando questo genere di attività.
Si apre un nuovo scenario per le grandi piattaforme internettiane.
Che potrebbe avere conseguenze molto rilevanti.
È un’ipotesi credibile?
Il denaro è informazione.
Perché non dovrebbe diventare un argomento di sviluppo per le compagnie che si sono dimostrate più efficienti per gestire le altre forme di informazione, come Google, Facebook, Vodafone?
Ma il denaro è una forma di informazione molto preziosa e, dunque, regolamentata.
Per questo è restata finora appannaggio di compagnie specializzate come le banche.
E per questo gli scettici si domandano fino a che punto questa entrata delle compagnie internettiane possa arrivare.
La controversia è destinata a restare aperta per un po’. Facebook ha da sempre cercato di conoscere la reale identità dei suoi utenti.
Non c’è sempre riuscita.
La rete offre mille opportunità per nascondere un’identità dietro qualche avatar immaginario e questo è un limite per la trasformazione di Facebook in una piattaforma finanziaria. Si può immaginare che i servizi finanziari di Facebook dovrebbero essere offerti con un’applicazione dedicata all’interno della piattaforma. Un’applicazione che probabilmente non funzionerebbe proprio come le altre per le quali già oggi si svolgono scambi monetari - come quelle dedicate a videogiochi - che non sono a basso costo per gli utenti: di solito il social network, in effetti, di solito trattiene il 30% del valore scambiato.
Non poco per competere nel mercato delle rimesse internazionali.
Ma si tratta per ora di speculazioni, visto che Facebook non commenta ufficialmente la notizia.
Di certo, per quanto abbiano fatto finora, le compagnie come Facebook e Google, quando hanno tentato la via dell’entrata nel mercato dei pagamenti, non sono andate benissimo.
Ma per quanto gli scettici possano avere parzialmente ragione, le banche non dovrebbero sentirsi troppo al sicuro.
Stiamo assistendo a una fioritura di nuovi mercati del denaro, di nuovi servizi che hanno una valenza finanziaria, di nuove monete.
Il Bitcoin ha conquistato l’attenzione di molti per la sua caratteristica capacità di proteggere l’anonimato delle persone che usano e accumulano la moneta elettronica.
Totalmente diverso, il Sardex, come le altre monete complementari, ha aperto la strada per una modernizzazione fondamentale del baratto nelle comunità, aumentando l’attività economica delle aziende che l’adottano senza entrare in rotta di collisione con le monete ufficiali.
Già da tempo PayPal e altri servizi hanno conquistato una parte dei sistemi di pagamento online.
Se ora i giganti del web cominciano a proporsi di entrare nella gestione dei depositi di denaro e degli scambi internazionali, sapendo che potrebbero contare sulla localizzazione più favorevole dal punto di vista delle regole fiscali e bancarie e riconoscendo che si tratta di aziende estremamente efficienti nella gestione dell’informazione e nel rapporto con enormi quantità di utilizzatori, altri segmenti dell’attività bancaria potrebbero essere disintermediati.
La rivoluzione, su internet, spesso non è un rovesciamento improvviso delle posizioni, ma uno stillicidio di cambiamenti. Che si traducono gradualmente in una grande trasformazione.
Meglio accorgersene prima. E innovare prima degli altri.

AG-Vocabolario: 

Playlist per una settimana difficile che inizia domani (6 aprile 2014)

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01 - Faul  Wad Ad vs Pnau - Changes

http://youtu.be/Cj25UpcBDt0

02- A MANO A MANO - Rino Gaetano - Allacciate le cinture HD

http://youtu.be/vpzjO6l53TY

03- Passenger - Let Her Go [Official Video]31

http://youtu.be/RBumgq5yVrA

04 - Clean Bandit Feat Jess Glynne - Rather Be

http://youtu.be/m-M1AtrxztU

05 - Milky Chance - Stolen Dance

http://youtu.be/iX-QaNzd-0Y

06 - George Ezra – Budapest

http://youtu.be/LiEMLOk9BwU

07 - Ozark Henry - I'm Your Sacrifice

http://youtu.be/qS2NrYWdRcM

08- Avicii - Hey Brother31

http://youtu.be/6Cp6mKbRTQY

09 - Rocco Hunt - Nu juorno buono

http://youtu.be/mt2QuQcb2oU

10- Pitbull - Timber ft. Ke$ha31

http://youtu.be/hHUbLv4ThOo

 

AG-Vocabolario: 

Antiriciclaggio e Big Data (6 aprile 2014)

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Il 19 marzo 2014 Ernst & Young ha presentato lo studio “Big risks require big data thinking - Global Forensic Data Analytics Survey 2014” (pdf, lingua inglese, 898 K,  36 pp.)  che evidenzia come il 63% dei senior executive di aziende leader nel mondo concordino sulla necessità di aumentare gli sforzi per migliorare le procedure anti frode e anti corruzione, anche attraverso l’utilizzo degli strumenti di Forensic Data Analytics (FDA).

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Focus sull’Italia

Secondo il 51% degli intervistati i maggiori rischi sono legati a possibili pratiche corruttive (51%), seguita dall’asset misappropriation (43%), dalle frodi di bilancio e contabili (26%) e dal riciclaggio (28%); oltre a questi gli intervistati vedono maggiori rischi di malpractice nei progetti d’investimento (35%) e nelle operazioni di merger & acquisition (13%).
L’utilizzo di nuove tecnologie nell’analisi di grandi masse di informazioni (“Big Data”) può giocare un ruolo chiave nella prevenzione delle frodi e nell’analisi più efficace dei dati, nonostante le società italiane intervistate non abbiamo ancora iniziato ad utilizzare questi strumenti all’interno della propria realtà.
Il 60% delle società intervistate possiede una struttura interna di Investigation, un dato inferiore rispetto alla media globale (71%); il 65% delle società italiane utilizza qualche strumento di FDA (a livello globale il dato è del 74%).

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I soggetti aziendali che maggiormente beneficiano o utilizzano i risultati della FDA sono per il 78% il CDA e il Top management, l’Internal audit per il 68% degli intervistati, il 55% l’area Legal o Compliance, il 60% i manager delle Business Unit, e il 50% le funzioni di Internal Investigations or Business Integrity.
Per quanto riguarda la gestione dei programmi anti fraud e anti bribery, in Italia nel 32% dei casi è legata alla divisione business/management, per il 28% all’area legal/compliance, il 23% internal audit & risk, il 7% investigations e il 2% Finance department e il restante 9% in altre aree.

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Antiriciclaggio e Big Data

Nell’ambito dei “Financial Services”, a livello globale, l’80% degli intervistati ritiene che l’uso della “Forensic Data Analytics” (FDA) possa essere un valido ausilio nel contrasto del riciclaggio di denaro sporco; ciò è confermato anche da quanto risulta (figura 11) circa l’utilizzo della FDA per industry: ben l’80%  delle aziende intervistate (a livello globale) usa queste tecniche nell’industry “Financial Services” in ambito “Money Laundering”.

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Tecniche di “Big Data” per eliminare i falsi positivi nelle liste antiriciclaggio e antiterrorismo

Lo studio di E&Y riporta, tra gli esempi, anche l’utilizzo della Forensic Data Analytics, in banca per accoppiare le informazioni sulle società clienti presenti nei sistemi di CRM (Customer Relationship Management) e quanto contenuto nelle “Watch List” cioè nelle liste antiterrorismo e antiriciclaggio.

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Massive Open Online Course ora anche in italiano: si inizia il 10 marzo 2014 con “Relatività e Meccanica Quantistica”

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È ufficiale. Finalmente parte (dopo un lungo travaglio!) il primo corso MOOC (Massive Open Online Course) in italiano grazie all’accordo tra la prima università di Roma “La Sapienza” e Coursera, uno dei principali network internazionali di e-learning.
La visione del mondo della Relatività e della Meccanica Quantistica”   inizia il 10 marzo 2014 sotto la supervisione del professor Carlo Cosmelli.

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Cosa sono i MOOC?

Come recita Wikipedia in italiano  i MOOC (Massive Open Online Courses) sono dei corsi online aperti pensati per una formazione a distanza che coinvolga un numero elevato di utenti. I partecipanti ai corsi provengono da varie aree geografiche e accedono ai contenuti unicamente via web. L'accesso ai corsi non richiede il pagamento di una tassa di iscrizione per accedere ai materiali del corso
L'acronimo MOOC è stato utilizzato per la prima volta nel 2008 nel corso "Connectivism and Connective Knowledge". I corsi MOOC si sono diffusi su scala mondiale a partire dall'autunno 2011. Nell'autunno 2011 la Stanford University ha erogato gratuitamente un corso post laurea di intelligenza artificiale al quale si sono iscritti circa 160.000 studenti provenienti da 190 paesi (tra cui io!! ndr).

Il programma del corso

In questo corso imparerete come la fisica del XX secolo, con la Relatività e la Meccanica Quantistica, abbia cambiato la nostra visione del mondo.

Informazioni sul corso

La fisica del XX secolo, con le teorie della Relatività e della Meccanica Quantistica, ha cambiato radicalmente la visione del mondo che ci circonda.
Dallo spazio e tempo assoluti e indipendenti si è passati ad una descrizione di un mondo in cui distanze ed intervalli di tempo dipendono da chi le osserva, in cui l’ordine di accadimento di due eventi non è univoco, in cui la velocità del tempo segnato da un orologio dipende da quali corpi si trovino vicino.
Nel microscopico si è invece abbandonata la descrizione della fisica classica, magari caotica, ma sempre deterministica, per arrivare ad una descrizione probabilistica, in cui gli stati e le proprietà del mondo microscopico non sono determinati, a priori, intrinsecamente, ma acquisiscono realtà solo se vengano misurati o se entrino in contatto con altri “oggetti”.
L’abbandono della realtà locale, del fatto cioè che le azioni esercitate in un luogo, per particolari sistemi, possono avere effetti istantanei su oggetti a distanze virtualmente infinite, stravolgono la descrizione di un mondo che fino al secolo scorso sembrava sensato e ragionevole. Nel corso verranno descritte le principali caratteristiche di queste due teorie, di come abbiano cambiato il concetto del nostro universo e delle possibilità di conoscerlo, e di come abbiano influito nella vita quotidiana.

Calendario delle lezioni

(qui il programma dettagliato)

  1. settimana: Il punto della situazione
  2. settimana: La teoria della Relatività Speciale
  3. settimana: E=mc^2 e la Relatività Generale
  4. settimana: Gli inizi della meccanica quantistica.
  5. settimana: La MQ, passi successivi nella costruzione della teoria.
  6. settimana: L’esperimento con le due fenditure
  7. settimana: Einstein, Podolski e Rosen mettono in crisi la MQ
  8. settimana: J. Bell 8

Prerequisiti

Le conoscenze standard possedute da uno studente alla conclusione delle scuole superiori.

Letture consigliate

Per ogni lezione o gruppo di lezioni verrà fornito del materiale supplementare di guida/aiuto/approfondimento:  schede riassuntive preparate dal docente, oppure link a materiale in rete di Università o centri di ricerca, o link a simulazioni, che siano da guida per gli argomenti trattati.

Struttura del corso

Serie di lezioni, divise in sottoargomenti. Verrà dato molto spazio alla discussione del significato delle teorie, limitando la parte formale.
La comprensione di alcuni eventi o esperimenti sarà facilitata facendo ricorso alle simulazioni messe a disposizione - gratuitamente - dall'Università del Colorado - http://phet.colorado.edu/it/ nell'ambito del progetto PheT.

Domande frequenti

Potrò ricevere un attestato di frequenza per questo corso?
Si. Gli studenti che termineranno con successo il corso riceveranno un attestato di frequenza firmato dall'Istruttore.

Carlo Cosmelli, il docente del corso

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Carlo Cosmelli, Fisico sperimentale, si laurea alla Sapienza con un magnetometro superconduttore per lo studio dell’emoglobina. Collabora con il gruppo di E. Amaldi sulla ricerca delle onde gravitazionali.
L’anno di Ustica e di Reagan lavora negli USA, a Washington DC, al ritorno diventa ricercatore. Poi vince un concorso da Professore Associato all’Università di Salerno dove trascorre 5 anni in una delle case arroccate sul porticciolo di Vietri sul Mare insieme ad altri 5 fisici.
Alla Sapienza crea un piccolo gruppo per studiare la non località della realtà macroscopica.
Recita ne “I Fisici” di Dürrenmatt, nella parte di Mobius, ne “Vita di Galileo” di Brecht, nella parte del secondo astronomo, di un pretino, e dell’individuo losco, in un frammento di “Antigone” di Brecht nella parte del coro e della guardia.
Attualmente si occupa di computazione quantistica (Qubit superconduttori) e decadimento doppio beta senza neutrini (2p 2e + 2n) nell’esperimento CUORE dell’INFN sotto il Gran Sasso. Autore di circa 100 pubblicazioni su riviste internazionali, e di materiale divulgativo e di orientamento che ufficialmente non vale nulla.
Docente di Fisica 2 per la Laurea in Ingegneria Energetica e del Corso “Principi di Fisica” - Corso di Laurea in Filosofia - per un eroico drappello di studenti della Facoltà di Lettere, Filosofia, ecc. della Sapienza.
È responsabile del progetto “Intrecci di stili linguistici: etica e correttezza della comunicazione scientifica” finanziato dalla Sapienza.  

Altre informazioni su Carlo Cosmelli

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Le città metropolitane, una via per competere (Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2014)

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Fonte: Il Sole 24 Ore  (English version here )
Il rilancio economico del paese sarà necessariamente trainato dal sistema delle aree metropolitane. Roma può diventare una megacity come Londra e Parigi ma è fondamentale il raccordo con le altre province del Lazio
di Nicoletta Picchio
Un “Manifesto delle città metropolitane italiane” (qui in pdf).
Per affermare che sono il motore delle economie nazionali e che, una volta istituite, potranno realizzare interventi incisivi per la competitività del territorio, dall’attrazione di investimenti alla realizzazione di aree produttive, poli tecnologici, utilizzare al meglio i fondi europei.
Ma non solo: questa forma di governo sovracomunale dovrà essere soprattutto un’occasione per modernizzare la Pubblica amministrazione, e rispondere con una struttura snella ed efficiente a bisogno di imprese e cittadini di una burocrazia più efficiente.
È l’impegno della Rete delle associazioni industriali metropolitane, il network realizzato da dieci associazioni territoriali di Confindustria che hanno preparato il Manifesto per sottolineare la necessità di istituire le città metropolitane, non come sostituzione automatica delle province, ma per far nascere una governance innovativa, snella ed efficace.
Evitando che la cornice legislativa sia l’occasione per creare un ulteriore livello politico e amministrativo.
Le città metropolitane hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nella geografia economica globale.
E le dieci associazioni confindustriali delle aree metropolitane chiedono un avvio «contemporaneo e tempestivo» di tutte le città metropolitane italiane.
La questione è di stretta attualità, con la discussione del disegno di legge Delrio, che dovrebbe snellire le province e definire il ruolo delle città metropolitane.
Un’occasione da non perdere, per i presidenti delle dieci associazioni territoriali della Rete, che sono Assolombarda, Confindustria Bari e Barletta-Andria-Trani; Confindustria Firenze; Confindustria Genova; Confindustria Reggio Calabria; Confindustria Venezia; Unindustria Bologna; Unindustria Roma, Frosinone, Latina, Rieti, Viterbo; Unione industriali di Napoli; Unione industriale di Torino.
C’erano tutti giovedì mattina a Firenze, alla presentazione del Manifesto.
Un evento aperto dal sindaco, Matteo Renzi, che ha rilanciato la necessità della riforma e l’importanza del ruolo delle città.
Quali sono le priorità e le aspettative del mondo produttivo?
Le città metropolitane italiane dovranno essere un motore di programmazione e pianificazione strategica, all’altezza delle migliori esperienze europee, e quindi Barcellona, Lione, Monaco, Stoccolma, Amsterdam, capaci di individuare risorse, tempi, soggetti e modalità attuative dei progetti, con una visione condivisa dello sviluppo.
È la visione di Benjamin Barber, politologo americano, che a questo tema da dedicato libri e conferenze: le città come istituzioni, culla della democrazia, capaci di reagire alle sfide globali e di spingere la crescita meglio degli Stati-nazione, istituzioni ormai arcaiche. L’ha ripetuto alla platea di imprenditori e amministratori, a Firenze: le metropoli sono il luogo dove vive il 78% della popolazione dei paesi sviluppati e si genera l’80% del pil mondiale.
«Il rilancio economico del paese sarà necessariamente trainato dal sistema delle aree metropolitane. Il nostro piano Far volare Milano nasce proprio con lo scopo di favorire la sua trasformazione in città metropolitana», è il parere di Gianfelice Rocca  (Assolombarda). Una priorità nazionale, quindi, dal Nord al Sud: «Dobbiamo dare un assetto efficiente al territorio e al suo sistema imprenditoriale. Nelle zone industriali esistono problemi di manutenzione, trasporti, servizi. I comuni interessati sono cinque, è complicato trovare l’intesa», dice Angelo Michele Vinci (Bari e Barletta-Andria-Trani). L’assetto di città metropolitana come occasione di rilancio: «Venezia corre il rischio di trasformarsi in una città vetrina. Come città metropolitana può esaltare il ruolo di motore del turismo nazionale e di hub logistico Europa-Mediterraneo», commenta Matteo Zoppas (Venezia).
«Siamo convinti che questa possa diventare la riforma delle riforme, Roma può diventare una megacity come Londra e Parigi ma è fondamentale il raccordo con le altre province del Lazio», sottolinea Maurizio Stirpe (Unindustria).
Alberto Vacchi (Bologna) fa un esempio concreto dei disequilibri locali: «Le nostre imprese nello stesso contesto provinciale sono soggette a regolamenti, tassazioni e normative che cambiano da comune a comune, sui rifiuti per i capannoni industriali lo scarto è da +23 a -11 rispetto al 2012».
Sono importanti i tempi: «L’agenda pubblica deve andare in parallelo con quella delle imprese. I territori sono fondamentali per la catena del valore», sottolinea Simone Bettini (Firenze).
Il provvedimento Delrio rischia però di non snellire ma anzi creare un nuovo livello burocratico.
Le aree metropolitane potrebbero arrivare ad oltre venti. «Va modificato, ma comunque è meglio avere qualcosa, da rimettere a punto in seguito, rispetto al niente», è la convinzione di Paolo Graziano (Napoli).
Le problematiche esistono, e le ha elencate Giuseppe Zampini (Genova), che mercoledì a Firenze si è soffermato sui principali problemi da affrontare in termini di organizzazione, costi e funzioni della città metropolitana.
Nelle città metropolitane italiane, ha detto Licia Mattioli (Torino), si concentra il 36% del pil, il 35% degli occupati, il 32% degli italiani e il 34% della popolazione straniera.
Deve intanto fare i conti con il commissariamento Andrea Cruzzocrea (Reggio Calabria): a maggio o in autunno ci saranno le elezioni, racconta. Solo dopo questo passaggio si potrà realizzare l’area metropolitana necessaria per superare le inefficienze amministrative del territorio e puntare al rilancio.

Il Manifesto

  • “Manifesto delle Città Metropolitane italiane” (pdf, 138 K, 5 pp.)

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Milano, acquisti con i bitcoin in otto aziende «pioniere» (Corriere della Sera, 2 febbraio 2014)

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Fonte: Corriere.it
Si compra sulla Rete e si usa con lo smartphone. Cresce l’interesse dei consumatori. Dalla bistecca a palestra e taxi. Qui si paga con moneta virtuale. L’ingegnere: “Che sia o no la moneta del futuro, è un fenomeno”
di Federica Cavadini
All’ingresso il marchio “Accettiamo bitcoin” e il cartellone che indica il cambio.
In sala personale pronto ad incassare la nuova valuta elettronica.
Così un ristorante dell’Isola è diventato uno dei primi locali milanesi del circuito bitcoin, la criptomoneta che si compra su Internet e si scambia anche solo con uno smartphone.
“Che diventi o no la moneta del futuro oggi è certamente un fenomeno mediatico, che incuriosisce tanti. Ecco perché abbiamo deciso di sperimentarla”, spiega Andrea Fraccaro, ingegnere con laurea al Politecnico e master in Bocconi, passato un anno fa dalla consulenza aziendale alla ristorazione. Sono già otto i milanesi segnalati su coinmap.org, il sito che fotografa la diffusione della moneta elettronica nel mondo (in Italia le adesioni sono un centinaio).
In città si può pagare in bitcoin il ristorante dell’Isola, una palestra yoga a San Siro, due studi di architettura, un avvocato, uno studio di consulenza informatica, un negozio “compro oro”. Nell’elenco c’è anche un taxista (che vuole restare anonimo): “Credo di essere il primo in Italia nella mia categoria. Ho messo le vetrofania del bitcoin sulle portiere e all’interno del taxi all’inizio dell’anno. Fino ad ora nessuno ha chiesto di pagarmi con la moneta elettronica ma tutti i clienti vogliono sapere come funzione, dove si compra, quali sono i vantaggi”.
Curiosità e diffidenza. Ma intanto chiedono informazioni privati e aziende, artigiani e imprese.
“Tanti credono, come me, che sia il futuro. Perché c’è la comodità della carta di credito ma le provvigioni sono minime e non serve nemmeno il conto in banca. Altri si avvicinano soltanto per curiosità. Comunque a Milano l’interesse c’è: ho ricevuto richieste di assistenza da aziende decise ad aprire alla criptomoneta”, dice Carmelo Carchedi, consulente informatico, che naturalmente è pronto a essere pagato in bit.
“Certo, siamo assolutamente all’inizio, perplessità e resistenze sono ancora molte”.

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Tanti i punti domanda.
Su quotazioni volatili, inquadramento normativo, funzionamento.
E le perplessità, anche dopo l’arresto per riciclaggio (l’altro giorno a New York) del vicepresidente della Bitcoin Foundation.
“Sistema di pagamento per attività illegali? Ma i passaggi del denaro sono tutti registrati”, dice Carchedi.
“Per me bitcoin significa transazioni sicure, veloci e a costo ridotto. È vero che la valuta ha fluttuazioni importanti ma ci sono strumenti per proteggersi”
Anche Matteo Bechini, architetto milanese, dichiara di essere pronto a lavorare in cambio della nuova valuta.
“È decisamente interessante e non è complicato. Poi mi piace l’idea di un sistema indipendente dalle banche”.
In Rete si trovano guide semplici per l’uso e video dimostrativi.
È spiegato come i “miner” (minatori) riescono a “produrre” la nuova moneta.
“Era più facile all’inizio, bastava un pc. Adesso serve un hardware più sofisticato - spiegano nei forum online -. Comunque i bitcoin non si possono creare all’infinito, il sistema si fermerà a ventuno milioni e siamo a undici”.
“La maggior parte delle persone che scambiano la moneta elettronica comunque la acquista su piattaforme online”, spiega il consulente. “Io ne ho, li ho comprati su Internet ma sono anche associato a un gruppo di miner”, dice il taxista.
Lui è entrato nel circuito da un mese, l’ingegnere ristoratore soltanto da una settimana.
“Il primo cliente che ha pagato in bitcoin è arrivato l’altra sera. Un turista americano. Aveva preso solo un caffè. Eravamo tutti curiosi - racconta Fraccaro -. È stato semplice. Credo che succederà ancora”.

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Londra, la città-Stato che traina l'economia (Il Sole 24 Ore, 1 febbraio 2014)

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(Clicca per ingrandire immagine)
Fonte: Il Sole 24 Ore
Il pianeta Londra è bene o è male per la Gran Bretagna che si scopre locomotiva d’Europa con un pil cresciuto del 2% nel 2013, una disoccupazione in caduta libera, un ottimismo che non ha precedenti dal 2007
di Leonardo Maisano
«Ormai anche Dalston sembra Knightsbridge», ha scritto di recente il Guardian.
Notting Hill? Bellissima, ma vecchia quanto il profilo non più adolescenziale del protagonista del film, Hugh Grant, uomo di mezza età inoltrata.
Primrose hill? Un’altra splendida collinetta che di pionieristico non ha più niente, se mai, davvero, lo ha avuto.
Shoreditch? Affascinante, schiacciata su Brick lane, ma ingrigita dal tempo che passa anche per la Silicon valley britannica.
No, Dalston non è ancora Knightsbridge, Stoke Newington non è Chelsea, Hackney non è Kensington, ma gli anni scorrono e le new entry si fanno old con straordinaria velocità, mentre s’allunga la coda dei prossimi. Un po’ più in là, sempre più in là, di quel north east che lotta con il south west per farsi nuova frontiera metropolitana.
A Londra non c’è ricambio, ma aggiunta.
Costante espansione di una città che da secoli ha scelto l’orizzontale invece del verticale. E allargandosi conquista pezzi di un Regno che si interroga sul costo di tanto sgomitare; la proiezione urbanistica è metafora di un fenomeno assai più vasto, radicato al difficile rapporto fra la capitale e il resto del Paese.
Il pianeta Londra è bene o è male per la Gran Bretagna che si scopre locomotiva d’Europa con un pil cresciuto del 2% nel 2013, una disoccupazione in caduta libera, un ottimismo che non ha precedenti dal 2007?

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Il dibattito spacca politici ed economisti in una dinamica ben riassunta dalle parole di Tony Travers, della London School of Economics. «È sempre più la stella oscura dell’economia. Senza pietà succhia energie, risorse, talenti. Nessuno sa più come controllarla».
Parole che seguono quelle, pronunciate in dicembre, da Vince Cable, ministro per il Business del partito Liberaldemocratico. «Londra è diventata un’idrovora che toglie la vita al resto del Paese». Immagine ribaltata dal sindaco Tory, Boris Johnson, pronto ad affidarsi alla fisiologia animale.
«La capitale è un gigantesco celenterato che assorbe nel suo ventre talenti dal mondo e, gentilmente, espelle attività economica e dinamismo nel Paese».
La scherma potrebbe proseguire all’infinito e all’interrogativo originario - fino a quanto sia un bene e dove cominci ad essere un male lo strapotere di una metropoli - continua a non esserci risposta certa.
La radiografia di Londra è stata tracciata nei giorni scorsi da un rapporto di Centre for Cities che, nell’outlook 2014 (qui in pdf), conferma il sospetto: una realtà che veleggia per conto proprio con numeri e dinamiche del tutto slegate dal resto del Paese.
Una Città-Stato se è vero che l’80 % dei posti di lavoro creati dal settore privato nel Regno, fra il 2010 e il 2012, sono nati a Londra. Non solo. Per ogni singolo "job" sbocciato attorno a Westminster se ne sono persi due a Bradford, Blackpool e Glasgow dove neppure si avverte la ripresa economica.
Una linea profonda divide le province, dove la crisi non è mai finita, dalla capitale, dove la crisi non è mai cominciata, se è vero che la produzione economica dal 2007 al 2012, ovvero nel punto più basso della crisi, è cresciuta del 15,4%, il doppio della media britannica.
Oggi Londra produce da sola un quarto - altre fonti si spingono a indicare il 30% - del pil nazionale.
Fra i motivi la capacità di attrazione di una città che richiama a sé il 60% dei giovani britannici (quelli che lasciano la città natale) fra i 22 e i 30 anni. Molti torneranno se non altro perché la capitale è il più grande datore di lavoro delle altre città. A York, per esempio, un’occupazione privata su cinque fa capo a una società che ha sede nella capitale. Lo stesso a Crawley, Milton Keynes. Secondo Ernest & Young il 45% dei progetti finanziati da investimenti esteri diretti finisce sulle rive del Tamigi. Complici i Giochi Olimpici del 2012? Certamente, eppure c’è sempre un evento prossimo venturo o un’infrastruttura in costruzione capace di attrarre denaro globale.
La casa è la cartina al tornasole di un gap che scava in profondità.
I valori degli immobili nel 2012 sono cresciuti a Londra il doppio della media britannica: l’allarme per i timori di una nuova bolla immobiliare non vanno esagerati. O meglio non vanno estesi a tutto il Paese, ma diretti solo sulla capitale. La dinamica del real estate è unica essendo eterodiretta, da denari di provenienza diversa. Erano petrodollari arabi negli anni Settanta-Ottanta, sono stati petrorubli russi fino a ieri, ora tocca alle monete cinesi, brasiliane, indonesiane e via con Brics, Next Eleven e tutti coloro che continuano a considerare Londra - non Manchester, non Liverpool - porto sicuro dalla crisi. Fenomeno, quello immobiliare, che genera un indotto a cascata. Se per vedere un aereo basta alzare gli occhi, in qualsiasi istante, verso il cielo di Londra, per vedere un camion di traslochi, basta tenerli su una strada qualsiasi: c’è sempre un mezzo che carica, scarica o si muove in attesa di caricare o scaricare. Le società di traslochi registrate nella capitale sono 143. L’elenco non tiene conto dei dilettanti del settore, numerosi quanto i professionisti.
Tanto, ma non tutto, è generato nel Miglio Quadrato.
Ha ragione City-Uk (lobbisti, a tutela di banking e dintorni) a precisare che servizi finanziari e indotto hanno generato un surplus della bilancia commerciale di 61 miliardi di sterline nel 2013, ben oltre gli altri settori combinati. Nettare per un Paese debole sul cotè esportazioni. Eppure business come digital media e servizi legali made in London, sono eccellenze mondiali e garantiscono una differenziazione economica rispetto all’immagine del "solito banchiere" che si aggira per Lombard street.
Londra punta oltre la City e anche per questo la crisi è stata scavallata in velocità. E soprattutto per questo, Boris Johnson, chiede autonomia allo Stato più centralizzato d’Europa. Le domande per trattenere localmente la tassa sulle transazioni immobiliari e per estendere i poteri d’intervento in linea con il ruolo esercitato dalla capitale, restano per ora inascoltate.
Più potere e più denari implicano, infatti, una risposta positiva all’interrogativo irrisolto. Il bene di Londra, cioè, è bene per il Paese, come vorrebbe la plastica immagina del celenterato caro a Johnson che sparge i frutti di sé stesso sul Regno. Centre for Cities ha sposato questa tesi sulla base di una semplice considerazione: se non ci fosse Londra tanta ricchezza che attrae finirebbe all’estero. No, non a Manchester, non a Liverpool, probabilmente. E con tutto il dovuto rispetto.

Link

  • Centreforcities: the first port of call for independent research and policy analysis on UK city economies (sito web)
  • Cities Outlook 2014, Jan 27, 2014: Our annual health check of the largest cities and towns asks: does London help or hinder other UK city economies?
  • Centre for Cities, Outlook 2014 (pdf, 5 M, 60 pp.)

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(Indice del rapporto, clicca per ingrandire immagine qui in pdf)

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Il valore globale di Open Data? 3mila mld di dollari secondo McKinsey (Il Sole 24 Ore, 17 novembre 2013)

Fonte: Il Sole 24 Ore

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di Luca Tremolada
Climate Corporation è una startup acquisita qualche settimana fa dalla multinazionale biotech Monsanto per la bellezza di 930 milioni di dollari, quasi un miliardo per fare cifra tonda. Di mestiere, quelli della Climate Corporation (alle spalle hanno un ex di Google e uno dei fondatori di PayPall) combinano 30 anni di dati sul raccolto e sulle condizioni climatiche degli Stati Uniti con 14 terabyte di informazioni dettagliatissime sulle tipologie di terreno agricolo (lo zoom raggiunge quadrati di due miglia per lato).

L'analisi di queste informazioni e quindi le previsioni che si possono effettuare hanno evidentemente un grandissimo valore per la Monsanto.

Ma più interessante è l'orgine di questi dati.

Tutte (o quasi) queste informazioni provengono dal dipartimento dell'Agricoltura americano che ha da tempo "liberato" il proprio archivio di dati.

Dalla presentazione del presidente Barack Obama della direttiva sull'Open government nel dicembre 2009 a oggi moltissime Pa, istituti privati e organizzazioni hanno iniziato a pubblicare dati in formato open. Anche l'Italia garantisce dal 2009 l'accesso totale ai dati delle amministrazioni ma non ha una norma ampia e analitica come il Freedom of Information Act (Foia) britannico o statunitense.

Anzi, nella realtà le barriere per cittadini e giornalisti del nostro Paese a guardare dentro i cassetti pubblici della Pa restano altissime (si legga http://www.dirittodisapere.it/). Eppure, gli open data generano valore, e anche parecchio.

Per la prima volta un rapporto di McKinsey – che Nòva24 ha potuto consultare in anteprima – ha misurato i vantaggi che gli open data potrebbero portare all'economia.

Già oggi, si legge nel report, gli open data stanno originando centinaia di attività imprenditoriali e stanno supportando le aziende già affermate a definire nuovi prodotti e servizi.

In particolare, gli analisti di McKinsey hanno studiato una vasta gamma di esempi di come gli open data possano creare valore nelle organizzazioni pubbliche e private, nei mercati e nei prodotti e servizi in sette settori dell'economia mondiale : istruzione, trasporti, prodotti di consumo, energia elettrica, gas e petrolio, assistenza sanitaria, credito al consumo.

I modi in cui il valore economico può essere realizzato attraverso l'uso di open data va da una migliore istruzione scolastica, che offre ai lavoratori le competenze necessarie ad aumentare la produttività e guadagnare salari più alti, alla possibilità per gli analisti di mercato di suddividere con maggiore successo le popolazioni in micro-segmenti per migliorare le prestazioni delle imprese attraverso la condivisione di dati e informazioni.

I benefici per i cittadini, hanno calcolato a Mc Kinsey, vanno da 400 miliardi di dollari a 1.000 miliardi di dollari all'anno.

Gli Stati Uniti potrebbero guadagnare un potenziale di 1.000 miliardi di dollari all'anno; l'Europa 900mila milioni dollari e il resto dei paesi 1.700 miliardi dollari. Numeri da big data e forse un po' troppo ottimisti. Il valore potenziale dell'utilizzo degli open data, avvertono infatti, si realizzerà solo se le imprese, i consumatori, e i politici si accorderanno sul tema della privacy e la protezione dei dati riservati, e sull'effettuare i necessari investimenti in tecnologia e funzionalità.

«Il vero problema – spiega Oreste Pollicino, docente di Diritto dei media all'Università Bocconi e tra i promotori del convegno "E-privacy Big Data 2.0" che si è tenuto ieri a Milano – è armonizzare la normativa europea con quella statunitense. Senza accordi il rischio che corriamo è quello di erigere in Europa un muro molto alto con una riforma della privacy più rigida rispetto agli altri paesi e per questo inapplicabile a servizi e soggetti con sede fuori dal nostro territorio».

Non solo.

Una strada per democratizzare i big data e sfruttare il valore degli open data è inserire la privacy all'interno della progettazione dei servizi (privacy-by-design)

Leggi anche

Scarica il rapporto

McKinsey Global Institute, “Open data: Unlocking innovation and performance with liquid information

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Scrittori che amano scrittori: “Stoner” di John Williams (3 settembre 2013)

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(immagine tratta da Fazi Editore)

Stoner: passano gli anni e lui ha una moglie così così, un’amante così così, una carriera così così. È per noi che esiste l'università, per i diseredati del mondo

Secondo Ian McEwan, su Repubblica del 10 agosto 2013, «“Stoner” di Williams tocca la verità: come la grande letteratura» .
Secondo Irene Bignardi, Repubblica dell’11 marzo 2012, “Stoner” è il singolare racconto di una “vita fallita” che ci mette a disagio ma che non si dimentica   (e nella sua recensione vi è un ardito parallelo proprio tra Williams e McEwan).
Anche Tommaso Pincio  (audio)elogia questo romanzo su RadioCapital.
Insomma è proprio “StonerMania” (Repubblica 10 agosto 2013)

Di che si tratta?

Il romanzo, pubblicato nel 1965 senza grande fortuna ed oggi salutato come un capolavoro, racconta la “vita minima” di William Stoner figlio, marito, padre, amante, professore universitario nell’America profonda degli inizi del 900.
La vita a volte ti mette di fronte a grandi scelte: arruolarsi per la guerra, abbandonare moglie e figlia per un grande amore, opporsi fino alle estreme conseguenze ad un’ingiustizia … Ma la vita continua quali che siano le tue decisioni.

Effetto Lazzaro

“Siamo di fronte a una colossale celebrazione dell’uomo medio le cui orme saranno invisibili ai posteri. La sua esistenza è minimale, ovattata, silenziosissima. Scappato da un’umile enclave di campagna, si laurea tra sforzi, sacrifici e umiliazioni. Passano gli anni, e lui ha una moglie così così, un' amante così così, una carriera così così. Apparentemente, non eccelle in niente. Insomma, è la nemesi degli impavidi Jack Kerouac e Neal Cassady, a bordo di una Ford verso il Messico. Come ben spiega Ian McEwan nell' intervista che pubblichiamo in queste pagine, Stoner è un romanzo a tratti sublime, che colpisce per la sua aridità gelida ma tagliente, per il suo stile frugale e martellante. Pubblicato in un' epoca sconveniente, ha perso il treno giusto. Ma poi, nel 2006, la svolta: Stoner viene ripubblicato in America. Lo rilancia la New York Review of Books, dopo la segnalazione di un libraio newyorchese. Un anno dopo è Morris Dickstein a decantarne una maestosa apologia sul New York Times. Star della letteratura come Nick Hornby, Bret Easton Ellis, Column McCann, Geoff Dyer e Julian Barnes se ne (ri)innamorano subito. Si innesca un ciclone di passaparola, alimentato da ingegnose operazioni di marketing. Un "effetto Lazzaro", come ha scritto John Sutherland sul Daily Telegraph: ricorda Il grande Gatsby (che a stento sfamò Fitzgerald in vita) o, caso più recente, Revolutionary Road di Richard Yates (minimum fax), per non parlare della Versione di Barney di Mordecai Richler (Adelphi)

La citazione

È per noi che esiste l'università, per i diseredati del mondo. Non per gli studenti, non per la disinteressata ricerca della conoscenza, né per le altre ragioni che sentite dire. Quelle sono solo una copertura, come quei pochi individui normali, idonei al mondo, che di tanto in tanto accogliamo tra noi. Ma è tutto fumo negli occhi. Come la Chiesa nel Medioevo, cui non interessava un fico secco né dei laici né di dio in persona, ci servono pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev'essere.

Chi è John Edward Williams?

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Nato in una famiglia di modeste condizioni economiche, si iscrisse all'Università di Denver solo dopo la fine della seconda guerra mondiale alla quale prese parte. Durante la sua permanenza all'Università di Denver pubblicò i suoi primi due libri: il romanzo Nothing But the Night (1948) e la raccolta di poesie The Broken Landscape (1949). Nel 1960 pubblicò il suo secondo romanzo Butcher's Crossing, nel quale descrisse la vita di frontiera nel Kansas attorno al 1870; due anni dopo pubblicò la sua seconda raccolta poetica (The Necessary Lie).
Il terzo romanzo di Williams, Stoner, la storia romanzata di un professore universitario di inglese, fu pubblicato dalla Viking Press nel 1960 e il suo quarto romanzo, Augustus (Viking, 1972), una rappresentazione dei tempi violenti di Augusto, pubblicato nel 1972, vinse il National Book Award nel 1973 ex aequo con Chimera di John Barth. Un quinto romanzo, The Sleep of Reason (Il sonno della ragione) rimase incompiuto a causa della sua morte.

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