Lotta all’evasione con la moneta elettronica (MF, 25 giugno 2014)

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Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate
Il 5 giugno 2014 è nata l’Italian e-payment coalition, la prima coalizione italiana di consumatori che si occuperà specificatamente di pagamenti elettronici
di Antonio Longo, presidente Iepc Italian E-Payment Coalition
L’Italian e-payment coalition (Iepc) nasce dall’idea di quattro associazioni di consumatori (Movimento difesa del cittadino http://www.difesadelcittadino.it/ , Cittadinanzattiva onlus http://www.cittadinanzattiva.it/ , Confconsumatori http://www.confconsumatori.it/  e Assoutenti http://www.assoutenti.it/ ) con l’obiettivo di promuovere la diffusione dei pagamenti elettronici e sensibilizzare il cittadino al corretto uso della moneta elettronica, perché la velocità e la sicurezza dei pagamenti, la possibilità di acquistare ovunque e con più dispositivi, insieme alla tracciabilità e la lotta al sommerso sono tra i fondamenti di un’economia sostenibile.
L’ambizione della coalizione è quella di essere una guida per gli utenti nell’universo, piuttosto variegato, dei pagamenti elettronici e degli strumenti e servizi di pagamento in generale, al fine di favorirne un utilizzo consapevole, tale da rendere l’utilizzatore cosciente della normativa, nazionale e internazionale, che disciplina il settore.
L’utilizzo delle comuni carte di pagamento è governato, infatti, da un apparato legislativo di non sempre uniforme applicazione, con conseguenti ripercussioni sull’economia reale, e dunque sui consumatori, molto spesso sottostimate o del tutto sconosciute.
È il caso, per esempio, della recente proposta di Regolamento sulle transazioni interbancarie, adottata il 24 luglio 2013 dalla Commissione europea, che, tra le altre cose, stabilisce un tetto massimo alle commissioni interbancarie dello 0,2% del valore dell’operazione per le carte di debito e dello 0,3% per le carte di credito.
Giova ricordare che le commissioni interbancarie sulle transazioni sono una percentuale dell’importo transatto che la banca dell’esercente riconosce a quella del consumatore per coprire costi necessari a cui non si può rinunciare, pena la sopravvivenza dello stesso circuito di pagamento elettronico. Tali soglie si applicheranno esclusivamente a certi tipi di carte, e sono escluse le carte emesse dai circuiti di pagamento a tre parti (American Express e Diners), che non solo sono le più costose per i consumatori ma si rischia di creare effetti distorsivi sul mercato dei sistemi di pagamento.
È piuttosto difficile capire in base a quale logica la Commissione abbia previsto l’applicazione di un tetto solo per i sistemi a quattro parti, i più utilizzati nelle spese di tutti i giorni e che già registrano le commissioni più basse, escludendo di fatto i circuiti di pagamento a tre parti, che, al contrario, sono meno accettati dagli esercizi commerciali, scontando, di fatto, commissioni molto più elevate.
La Commissione, pur riconoscendo che anche i circuiti a tre parti operano con commissioni interbancarie implicite, ha comunque ritenuto opportuno escluderle dall’applicazione delle soglie individuate, sulla base del fatto che tali carte deterrebbero una fetta di mercato limitata, possedendo una struttura di costo differente rispetto a quelle dei circuiti a quattro parti, ragion per cui una disciplina uniforme sarebbe difficilmente attuabile.
Ma dov’è l’efficacia del regolamento se lo scopo dichiarato dalla Commissione, quello di garantire la concorrenza nel mercato a favore dei consumatori, è tradito dalle previsioni del regolamento stesso?
È lecito immaginare, infatti, che i consumatori si potranno trovare spaesati, confusi e soprattutto meno protetti rispetto all’utilizzo di talune carte rispetto ad altre. Quello che secondo noi è importante, è prevedere regole uguale per tutti i sistemi, siano essi a tre o quattro parti, al fine di farli competere con le stesse regole.
Solo così i consumatori ne potranno trarre un vantaggio.
Occorre dunque scongiurare il rischio, sempre più concreto, che i consumatori finiscano con l’essere danneggiati da quanto previsto nella proposta della Commissione, vedendo la propria libertà di scelta nel mercato dei sistemi di pagamento limitata da una evidente, quanto ingiustificata, distorsione della concorrenza che, paradossalmente, è la Commissione stessa a legittimare nel tentativo di combatterla. L’Europa deve essere uno baluardo a protezione del buon funzionamento del mercato e del benessere dei cittadini. Probabilmente, nel caso specifico dei pagamenti elettronici, un approfondimento maggiore da parte del legislatore potrebbe evitare la produzione di norme che danneggiano i consumatori, piuttosto che proteggerli.
Speriamo quindi che la presidenza di turno italiana ponga la giusta attenzione su questo provvedimento.

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Il miglior sponsor? I dipendenti (Italia Oggi, 23 giugno 2014)

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Fonte: IusLetter
Pagina a cura di Sibilla Di Palma  
«Il destino di un uomo è nel suo carattere», scriveva il filosofo Menandro. E oggi si potrebbe aggiungere: «E nella sua reputazione». Perché nell’era del web 2.0 e dei social media in cui tutto viene diffuso e condiviso il successo o l’insuccesso del singolo, ma anche delle organizzazioni, passa in buon parte anche attraverso la Rete.
Con i dipendenti delle aziende che svolgono un ruolo sempre più strategico sul fronte della brand reputation presso i consumatori.

Lavoratori sempre più attivi sul web

Secondo l’indagine «Employees rising: seizing the opportunity in employee activism» (pdf, 6.6 M, 24pp.) condotta da Weber Shandwick in partnership con Krc Research, basata su un sondaggio online che ha coinvolto un campione di 2.300 dipendenti d’azienda di 15 diversi paesi del mondo, in Europa quasi uno su cinque è un dipendente attivo, mentre un buon 32% ha un grosso potenziale nel poterlo diventare. La maggior parte dei dipendenti attivi, inoltre, dà visibilità al proprio posto di lavoro, difende la propria organizzazione dalle critiche esterne e si comporta come un vero e proprio advocate, sia online sia offline. Dando uno sguardo alla ricerca più nel dettaglio, il 43% degli intervistati pubblica sui social messaggi, foto o video inerenti all’azienda per cui lavora e il 33% ha condiviso un commento positivo sulla propria società. «Il fenomeno dei dipendenti attivi non deve essere sottovalutato», afferma Leslie Gaines-Ross, chief reputation strategist di Weber Shandwick. «È molto importante per i ceo identificare e riuscire ad attivare tutti coloro che mostrano già una certa predisposizione ad appoggiare l’organizzazione per cui lavorano». Alcune aziende si sono infatti incamminate su questo trend, considerato che in Europa il 24% delle imprese incentiva il proprio staff a pubblicare e a condividere sui social notizie inerenti il proprio posto di lavoro. Una forma di incoraggiamento che ha un forte impatto in termini di advocacy tra i dipendenti. Le persone che lavorano per compagnie che incoraggiano la condivisione sui social sono infatti più propense (+51%) a consigliare ad altri i prodotti o i servizi dell’azienda stessa.
Un fenomeno in cui comunque non mancano le zone d’ombra: in base alla ricerca, infatti, l’11% dei dipendenti ha condiviso online critiche o commenti negativi sulla propria società e il 10% ha pubblicato online qualcosa sull’azienda, di cui poi si è pentito.

Il rischio di bad advocate

Il rischio dunque è che, se non monitorati e ricondotti all’interno di una precisa strategia aziendale, gli interventi dei dipendenti sui social network possano rivelarsi dannosi per il brand.
Non a caso, un dipendente Apple nel Regno Unito è stato licenziato dopo aver criticato l’azienda sul proprio account Facebook. «I dipendenti hanno la possibilità di esprimere tramite il web e i social network delle opinioni rispetto all’organizzazione per cui lavorano. Molte aziende però mostrano ancora scarsa sensibilità su questo tema senza rendersi pienamente conto dell’impatto che tutto ciò può avere sulla reputazione aziendale», osserva Antonio De Nardis, digital strategist e reputation coach, nonché relatore del corso «Reputation Day» organizzato dalla The European House-Ambrosetti.
Una mancanza di cultura e di formazione sul tema sottolineata anche da Andrea Barchiesi, ceo di reputation manager, società specializzata nella consulenza sulla reputazione on line. «C’è una forte asimmetria tra rischio e opportunità se i dipendenti non hanno seguito un corso educativo sui social media, ma sono stati repressi da questo punto di vista. Se ad esempio un lavoratore esprime nel suo account Twitter pareri o opinioni che vanno contro la linea stabilita dall’azienda è un disastro». La strada sarebbe invece di procedere con la formazione mirata dei dipendenti per «sensibilizzarli sulle opportunità e i rischi di una comunicazione non appropriata sul web», specifica De Nardis. Insieme alla creazione di una social media policy, «che stabilisca cioè delle regole di comportamento su ciò che i dipendenti possono o non possono fare attraverso i social e che allo stesso tempo fornisca delle linee guida per consentire ai lavoratori di gestire al meglio la conversazione sui social network». Ed evitare in questo modo eventuali effetti boomerang, come accaduto più volte negli Stati Uniti dove i lavoratori di alcune società si sono assunti il ruolo di paladini del brand aziendale contro le critiche dei consumatori senza avere una conoscenza del prodotto o del servizio sufficiente per poter smentire in maniera efficace le critiche. «All’interno delle aziende ci sono inoltre tanti talenti dotati di notevoli capacità sociali e che condividono con entusiasmo i valori aziendali. Questi ultimi vanno identificati, stimolati, coinvolti e valorizzati in modo da far emergere questo entusiasmo verso l’esterno», commenta Barchiesi.

I casi aziendali

Tra le aziende che si sono mostrate sensibili al tema spicca Starbucks che utilizza principalmente quattro social media per la propria comunicazione online (Facebook, Twitter, Youtube e Flickr) e ha lanciato un blog chiamato «Ideas in Action» dove i dipendenti della catena raccontano come mettono in pratica le idee dei clienti, in modo da sviluppare nei consumatori un senso di appartenenza con l’azienda. Mentre Tnt ha elaborato una social media policy aziendale con delle linee guida rivolte ai dipendenti per evitare «incidenti» nell’ambito delle proprie attività personali sui social media. Stesso discorso per Samsung che ha lanciato delle linee guida per i dipendenti in materia di social network, oltre a gruppi di advocates che hanno il compito di fornire supporto e sostegno ai dipendenti nella gestione delle tematiche aziendali online.
Dell ha invece lanciato la Social Media and Community University che prevede corsi indirizzati a tutti i dipendenti che puntano a istruirli sulla social media strategy aziendale e su come utilizzare i canali social per fidelizzare al meglio i clienti. Anche Adecco opera attraverso la formazione dei dipendenti su come gestire i social network. «Abbiamo inoltre sviluppato un programma interno di advocacy con cui puntiamo a individuare le persone in grado per abilità personali di propagare all’esterno in maniera positiva il nostro messaggio», afferma Silvia Zanella, global social media and online marketing director Adecco Group. Il tema è ancora agli albori in Italia, ma inizia a prendere piede anche tra le aziende Made in Italy, come dimostra il caso Amadori che utilizza Linkedin come strumento di ricerca del personale e nel 2011 ha sviluppato delle linee guida «divulgate attraverso la Intranet e le bacheche aziendali con l’obiettivo di generare consapevolezza tra i dipendenti sull’impatto che possono avere i social media per il business aziendale», conclude Fabio Barnabè, responsabile gestione e sviluppo risorse umane del gruppo.

Allegato

  • Weber Shandwick, «Employees rising: seizing the opportunity in employee activism» (pdf, 6.6 M, 24pp.) 
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La scommessa dell’open data (Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2014)

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Fonte: Il Sole 24 Ore
di Aura Bertoni
Com’è la qualità dell’aria del quartiere dove vorrei trasferirmi?
Quali sono i siti protetti dalla Soprintendenza per i beni architettonici?
Quale il tempo medio per arrivare a sentenza in Tribunale?
I dati per rispondere a queste e ad altre domande come queste fanno parte del patrimonio informativo pubblico.
L’apertura dei dati detenuti dal settore pubblico è un’opportunità in termini di trasparenza dell’andamento della pubblica amministrazione ma anche per la creazione di servizi a elevato valore aggiunto.
È opinione diffusa che l’attuazione di politiche di open data incontri molti ostacoli giuridici.
I dati pubblici rappresentano un patrimonio comune di conoscenza che è auspicabile sia messo a disposizione di tutti e il legislatore ha riconosciuto questa circostanza nel 2006 attraverso il recepimento della direttiva europea del 2003 relativa al riutilizzo della public sector information (Psi).
A dieci anni di distanza, il 26 giugno 2013, è stata adottata un’ulteriore direttiva a parziale modifica della precedente: ora l’ordinamento europeo stabilisce in modo chiaro l’obbligo per gli Stati di rendere riutilizzabili i dati pubblici a meno che il loro accesso sia limitato o escluso.
Tuttavia la nuova direttiva in sé non interviene sui regimi di accesso all’interno degli Stati, che rimangono gli unici responsabili.
I limiti alla conoscibilità dei dati rimangono sia quelli previsti dai regimi nazionali sia quelli che tutelano la riservatezza dei soggetti a cui i dati si riferiscono. Il riuso è possibile solo per quei dati che sono già resi accessibili da parte degli enti pubblici.
Benché la più recente direttiva apporti un importante miglioramento introducendo un obbligo di consentire il riuso dei dati accessibili, il diritto di riutilizzo rischia di rimanere lettera morta in caso di regimi restrittivi.
Per questo motivo, il primo aspetto su cui concentrarsi è la disciplina dell’accesso all’informazione pubblica.
Attualmente il diritto d’accesso dev’essere sempre ricollegabile a una situazione soggettiva specifica e strumentale ad acquisire la conoscenza necessaria a valutare la portata lesiva di atti o comportamenti posti in essere dall’amministrazione. Nonostante le norme vigenti facciano riferimento a un principio di «accessibilità totale», obbligando le amministrazioni a essere trasparenti, esso resta una mera affermazione di principio senza che il diritto di accesso all’informazione pubblica sia garantito a chiunque, indipendentemente da ogni specifico interesse. A questo proposito, si impone il recepimento della direttiva del 2013.
Questo rappresenta l’occasione per una riforma della disciplina del patrimonio informativo pubblico.
La disciplina dell’accesso va coordinata con la normativa sulla privacy.
Il rispetto della riservatezza degli individui rimane una condizione essenziale per legittimare le operazioni di apertura dei dati pubblici nei confronti dei cittadini. La necessaria tutela della privacy non deve trasformarsi in alibi per evitare di intraprendere operazioni di diffusione dei dati pubblici. Oltre a ciò, la criticità della privacy non deve essere sovrastimata: per la gran parte i dati pubblici non sono riconducibili a una persona identificata o identificabile, e quindi non possono essere considerati come personali.
Infine, ci sono oggi tecnologie avanzate che consentono di proteggere i dati personali senza interrompere la diffusione delle informazioni, e che possono perciò essere un altro elemento a favore dell’apertura dei dati.
È vero, l’apertura e la condivisione dei dati pubblici sono una sfida per le amministrazioni.
Tuttavia, poiché il rilascio del loro patrimonio informativo rappresenta anche una notevole opportunità, niente sarebbe peggio che rinunciarvi. Insomma, la scommessa è ancora tutta da vincere ma la posta in gioco è massima.

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Facebook diventa banca e lancia l’e-money (Il Sole 24 Ore, 15 aprile 2014)

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Fonte: Il Sole 24 Ore
Chissà se si chiamerà Facebank. Il social network fondato da Mark Zuckerberg potrebbe presto offrire servizi finanziari, come rimesse internazionali e pagamenti elettronici
di Luca De Biase
Secondo un’indiscrezione pubblicata dal Financial Times, Facebook sarebbe vicina a ottenere l’autorizzazione dalla Banca centrale irlandese.
Già Google e Vodafone a modo loro stanno esplorando questo genere di attività.
Si apre un nuovo scenario per le grandi piattaforme internettiane.
Che potrebbe avere conseguenze molto rilevanti.
È un’ipotesi credibile?
Il denaro è informazione.
Perché non dovrebbe diventare un argomento di sviluppo per le compagnie che si sono dimostrate più efficienti per gestire le altre forme di informazione, come Google, Facebook, Vodafone?
Ma il denaro è una forma di informazione molto preziosa e, dunque, regolamentata.
Per questo è restata finora appannaggio di compagnie specializzate come le banche.
E per questo gli scettici si domandano fino a che punto questa entrata delle compagnie internettiane possa arrivare.
La controversia è destinata a restare aperta per un po’. Facebook ha da sempre cercato di conoscere la reale identità dei suoi utenti.
Non c’è sempre riuscita.
La rete offre mille opportunità per nascondere un’identità dietro qualche avatar immaginario e questo è un limite per la trasformazione di Facebook in una piattaforma finanziaria. Si può immaginare che i servizi finanziari di Facebook dovrebbero essere offerti con un’applicazione dedicata all’interno della piattaforma. Un’applicazione che probabilmente non funzionerebbe proprio come le altre per le quali già oggi si svolgono scambi monetari - come quelle dedicate a videogiochi - che non sono a basso costo per gli utenti: di solito il social network, in effetti, di solito trattiene il 30% del valore scambiato.
Non poco per competere nel mercato delle rimesse internazionali.
Ma si tratta per ora di speculazioni, visto che Facebook non commenta ufficialmente la notizia.
Di certo, per quanto abbiano fatto finora, le compagnie come Facebook e Google, quando hanno tentato la via dell’entrata nel mercato dei pagamenti, non sono andate benissimo.
Ma per quanto gli scettici possano avere parzialmente ragione, le banche non dovrebbero sentirsi troppo al sicuro.
Stiamo assistendo a una fioritura di nuovi mercati del denaro, di nuovi servizi che hanno una valenza finanziaria, di nuove monete.
Il Bitcoin ha conquistato l’attenzione di molti per la sua caratteristica capacità di proteggere l’anonimato delle persone che usano e accumulano la moneta elettronica.
Totalmente diverso, il Sardex, come le altre monete complementari, ha aperto la strada per una modernizzazione fondamentale del baratto nelle comunità, aumentando l’attività economica delle aziende che l’adottano senza entrare in rotta di collisione con le monete ufficiali.
Già da tempo PayPal e altri servizi hanno conquistato una parte dei sistemi di pagamento online.
Se ora i giganti del web cominciano a proporsi di entrare nella gestione dei depositi di denaro e degli scambi internazionali, sapendo che potrebbero contare sulla localizzazione più favorevole dal punto di vista delle regole fiscali e bancarie e riconoscendo che si tratta di aziende estremamente efficienti nella gestione dell’informazione e nel rapporto con enormi quantità di utilizzatori, altri segmenti dell’attività bancaria potrebbero essere disintermediati.
La rivoluzione, su internet, spesso non è un rovesciamento improvviso delle posizioni, ma uno stillicidio di cambiamenti. Che si traducono gradualmente in una grande trasformazione.
Meglio accorgersene prima. E innovare prima degli altri.

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Playlist per una settimana difficile che inizia domani (6 aprile 2014)

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01 - Faul  Wad Ad vs Pnau - Changes

http://youtu.be/Cj25UpcBDt0

02- A MANO A MANO - Rino Gaetano - Allacciate le cinture HD

http://youtu.be/vpzjO6l53TY

03- Passenger - Let Her Go [Official Video]31

http://youtu.be/RBumgq5yVrA

04 - Clean Bandit Feat Jess Glynne - Rather Be

http://youtu.be/m-M1AtrxztU

05 - Milky Chance - Stolen Dance

http://youtu.be/iX-QaNzd-0Y

06 - George Ezra – Budapest

http://youtu.be/LiEMLOk9BwU

07 - Ozark Henry - I'm Your Sacrifice

http://youtu.be/qS2NrYWdRcM

08- Avicii - Hey Brother31

http://youtu.be/6Cp6mKbRTQY

09 - Rocco Hunt - Nu juorno buono

http://youtu.be/mt2QuQcb2oU

10- Pitbull - Timber ft. Ke$ha31

http://youtu.be/hHUbLv4ThOo

 

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Antiriciclaggio e Big Data (6 aprile 2014)

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Il 19 marzo 2014 Ernst & Young ha presentato lo studio “Big risks require big data thinking - Global Forensic Data Analytics Survey 2014” (pdf, lingua inglese, 898 K,  36 pp.)  che evidenzia come il 63% dei senior executive di aziende leader nel mondo concordino sulla necessità di aumentare gli sforzi per migliorare le procedure anti frode e anti corruzione, anche attraverso l’utilizzo degli strumenti di Forensic Data Analytics (FDA).

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Focus sull’Italia

Secondo il 51% degli intervistati i maggiori rischi sono legati a possibili pratiche corruttive (51%), seguita dall’asset misappropriation (43%), dalle frodi di bilancio e contabili (26%) e dal riciclaggio (28%); oltre a questi gli intervistati vedono maggiori rischi di malpractice nei progetti d’investimento (35%) e nelle operazioni di merger & acquisition (13%).
L’utilizzo di nuove tecnologie nell’analisi di grandi masse di informazioni (“Big Data”) può giocare un ruolo chiave nella prevenzione delle frodi e nell’analisi più efficace dei dati, nonostante le società italiane intervistate non abbiamo ancora iniziato ad utilizzare questi strumenti all’interno della propria realtà.
Il 60% delle società intervistate possiede una struttura interna di Investigation, un dato inferiore rispetto alla media globale (71%); il 65% delle società italiane utilizza qualche strumento di FDA (a livello globale il dato è del 74%).

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I soggetti aziendali che maggiormente beneficiano o utilizzano i risultati della FDA sono per il 78% il CDA e il Top management, l’Internal audit per il 68% degli intervistati, il 55% l’area Legal o Compliance, il 60% i manager delle Business Unit, e il 50% le funzioni di Internal Investigations or Business Integrity.
Per quanto riguarda la gestione dei programmi anti fraud e anti bribery, in Italia nel 32% dei casi è legata alla divisione business/management, per il 28% all’area legal/compliance, il 23% internal audit & risk, il 7% investigations e il 2% Finance department e il restante 9% in altre aree.

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Antiriciclaggio e Big Data

Nell’ambito dei “Financial Services”, a livello globale, l’80% degli intervistati ritiene che l’uso della “Forensic Data Analytics” (FDA) possa essere un valido ausilio nel contrasto del riciclaggio di denaro sporco; ciò è confermato anche da quanto risulta (figura 11) circa l’utilizzo della FDA per industry: ben l’80%  delle aziende intervistate (a livello globale) usa queste tecniche nell’industry “Financial Services” in ambito “Money Laundering”.

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Tecniche di “Big Data” per eliminare i falsi positivi nelle liste antiriciclaggio e antiterrorismo

Lo studio di E&Y riporta, tra gli esempi, anche l’utilizzo della Forensic Data Analytics, in banca per accoppiare le informazioni sulle società clienti presenti nei sistemi di CRM (Customer Relationship Management) e quanto contenuto nelle “Watch List” cioè nelle liste antiterrorismo e antiriciclaggio.

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Massive Open Online Course ora anche in italiano: si inizia il 10 marzo 2014 con “Relatività e Meccanica Quantistica”

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È ufficiale. Finalmente parte (dopo un lungo travaglio!) il primo corso MOOC (Massive Open Online Course) in italiano grazie all’accordo tra la prima università di Roma “La Sapienza” e Coursera, uno dei principali network internazionali di e-learning.
La visione del mondo della Relatività e della Meccanica Quantistica”   inizia il 10 marzo 2014 sotto la supervisione del professor Carlo Cosmelli.

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Cosa sono i MOOC?

Come recita Wikipedia in italiano  i MOOC (Massive Open Online Courses) sono dei corsi online aperti pensati per una formazione a distanza che coinvolga un numero elevato di utenti. I partecipanti ai corsi provengono da varie aree geografiche e accedono ai contenuti unicamente via web. L'accesso ai corsi non richiede il pagamento di una tassa di iscrizione per accedere ai materiali del corso
L'acronimo MOOC è stato utilizzato per la prima volta nel 2008 nel corso "Connectivism and Connective Knowledge". I corsi MOOC si sono diffusi su scala mondiale a partire dall'autunno 2011. Nell'autunno 2011 la Stanford University ha erogato gratuitamente un corso post laurea di intelligenza artificiale al quale si sono iscritti circa 160.000 studenti provenienti da 190 paesi (tra cui io!! ndr).

Il programma del corso

In questo corso imparerete come la fisica del XX secolo, con la Relatività e la Meccanica Quantistica, abbia cambiato la nostra visione del mondo.

Informazioni sul corso

La fisica del XX secolo, con le teorie della Relatività e della Meccanica Quantistica, ha cambiato radicalmente la visione del mondo che ci circonda.
Dallo spazio e tempo assoluti e indipendenti si è passati ad una descrizione di un mondo in cui distanze ed intervalli di tempo dipendono da chi le osserva, in cui l’ordine di accadimento di due eventi non è univoco, in cui la velocità del tempo segnato da un orologio dipende da quali corpi si trovino vicino.
Nel microscopico si è invece abbandonata la descrizione della fisica classica, magari caotica, ma sempre deterministica, per arrivare ad una descrizione probabilistica, in cui gli stati e le proprietà del mondo microscopico non sono determinati, a priori, intrinsecamente, ma acquisiscono realtà solo se vengano misurati o se entrino in contatto con altri “oggetti”.
L’abbandono della realtà locale, del fatto cioè che le azioni esercitate in un luogo, per particolari sistemi, possono avere effetti istantanei su oggetti a distanze virtualmente infinite, stravolgono la descrizione di un mondo che fino al secolo scorso sembrava sensato e ragionevole. Nel corso verranno descritte le principali caratteristiche di queste due teorie, di come abbiano cambiato il concetto del nostro universo e delle possibilità di conoscerlo, e di come abbiano influito nella vita quotidiana.

Calendario delle lezioni

(qui il programma dettagliato)

  1. settimana: Il punto della situazione
  2. settimana: La teoria della Relatività Speciale
  3. settimana: E=mc^2 e la Relatività Generale
  4. settimana: Gli inizi della meccanica quantistica.
  5. settimana: La MQ, passi successivi nella costruzione della teoria.
  6. settimana: L’esperimento con le due fenditure
  7. settimana: Einstein, Podolski e Rosen mettono in crisi la MQ
  8. settimana: J. Bell 8

Prerequisiti

Le conoscenze standard possedute da uno studente alla conclusione delle scuole superiori.

Letture consigliate

Per ogni lezione o gruppo di lezioni verrà fornito del materiale supplementare di guida/aiuto/approfondimento:  schede riassuntive preparate dal docente, oppure link a materiale in rete di Università o centri di ricerca, o link a simulazioni, che siano da guida per gli argomenti trattati.

Struttura del corso

Serie di lezioni, divise in sottoargomenti. Verrà dato molto spazio alla discussione del significato delle teorie, limitando la parte formale.
La comprensione di alcuni eventi o esperimenti sarà facilitata facendo ricorso alle simulazioni messe a disposizione - gratuitamente - dall'Università del Colorado - http://phet.colorado.edu/it/ nell'ambito del progetto PheT.

Domande frequenti

Potrò ricevere un attestato di frequenza per questo corso?
Si. Gli studenti che termineranno con successo il corso riceveranno un attestato di frequenza firmato dall'Istruttore.

Carlo Cosmelli, il docente del corso

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Carlo Cosmelli, Fisico sperimentale, si laurea alla Sapienza con un magnetometro superconduttore per lo studio dell’emoglobina. Collabora con il gruppo di E. Amaldi sulla ricerca delle onde gravitazionali.
L’anno di Ustica e di Reagan lavora negli USA, a Washington DC, al ritorno diventa ricercatore. Poi vince un concorso da Professore Associato all’Università di Salerno dove trascorre 5 anni in una delle case arroccate sul porticciolo di Vietri sul Mare insieme ad altri 5 fisici.
Alla Sapienza crea un piccolo gruppo per studiare la non località della realtà macroscopica.
Recita ne “I Fisici” di Dürrenmatt, nella parte di Mobius, ne “Vita di Galileo” di Brecht, nella parte del secondo astronomo, di un pretino, e dell’individuo losco, in un frammento di “Antigone” di Brecht nella parte del coro e della guardia.
Attualmente si occupa di computazione quantistica (Qubit superconduttori) e decadimento doppio beta senza neutrini (2p 2e + 2n) nell’esperimento CUORE dell’INFN sotto il Gran Sasso. Autore di circa 100 pubblicazioni su riviste internazionali, e di materiale divulgativo e di orientamento che ufficialmente non vale nulla.
Docente di Fisica 2 per la Laurea in Ingegneria Energetica e del Corso “Principi di Fisica” - Corso di Laurea in Filosofia - per un eroico drappello di studenti della Facoltà di Lettere, Filosofia, ecc. della Sapienza.
È responsabile del progetto “Intrecci di stili linguistici: etica e correttezza della comunicazione scientifica” finanziato dalla Sapienza.  

Altre informazioni su Carlo Cosmelli

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Rassegna stampa

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Le città metropolitane, una via per competere (Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2014)

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Fonte: Il Sole 24 Ore  (English version here )
Il rilancio economico del paese sarà necessariamente trainato dal sistema delle aree metropolitane. Roma può diventare una megacity come Londra e Parigi ma è fondamentale il raccordo con le altre province del Lazio
di Nicoletta Picchio
Un “Manifesto delle città metropolitane italiane” (qui in pdf).
Per affermare che sono il motore delle economie nazionali e che, una volta istituite, potranno realizzare interventi incisivi per la competitività del territorio, dall’attrazione di investimenti alla realizzazione di aree produttive, poli tecnologici, utilizzare al meglio i fondi europei.
Ma non solo: questa forma di governo sovracomunale dovrà essere soprattutto un’occasione per modernizzare la Pubblica amministrazione, e rispondere con una struttura snella ed efficiente a bisogno di imprese e cittadini di una burocrazia più efficiente.
È l’impegno della Rete delle associazioni industriali metropolitane, il network realizzato da dieci associazioni territoriali di Confindustria che hanno preparato il Manifesto per sottolineare la necessità di istituire le città metropolitane, non come sostituzione automatica delle province, ma per far nascere una governance innovativa, snella ed efficace.
Evitando che la cornice legislativa sia l’occasione per creare un ulteriore livello politico e amministrativo.
Le città metropolitane hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nella geografia economica globale.
E le dieci associazioni confindustriali delle aree metropolitane chiedono un avvio «contemporaneo e tempestivo» di tutte le città metropolitane italiane.
La questione è di stretta attualità, con la discussione del disegno di legge Delrio, che dovrebbe snellire le province e definire il ruolo delle città metropolitane.
Un’occasione da non perdere, per i presidenti delle dieci associazioni territoriali della Rete, che sono Assolombarda, Confindustria Bari e Barletta-Andria-Trani; Confindustria Firenze; Confindustria Genova; Confindustria Reggio Calabria; Confindustria Venezia; Unindustria Bologna; Unindustria Roma, Frosinone, Latina, Rieti, Viterbo; Unione industriali di Napoli; Unione industriale di Torino.
C’erano tutti giovedì mattina a Firenze, alla presentazione del Manifesto.
Un evento aperto dal sindaco, Matteo Renzi, che ha rilanciato la necessità della riforma e l’importanza del ruolo delle città.
Quali sono le priorità e le aspettative del mondo produttivo?
Le città metropolitane italiane dovranno essere un motore di programmazione e pianificazione strategica, all’altezza delle migliori esperienze europee, e quindi Barcellona, Lione, Monaco, Stoccolma, Amsterdam, capaci di individuare risorse, tempi, soggetti e modalità attuative dei progetti, con una visione condivisa dello sviluppo.
È la visione di Benjamin Barber, politologo americano, che a questo tema da dedicato libri e conferenze: le città come istituzioni, culla della democrazia, capaci di reagire alle sfide globali e di spingere la crescita meglio degli Stati-nazione, istituzioni ormai arcaiche. L’ha ripetuto alla platea di imprenditori e amministratori, a Firenze: le metropoli sono il luogo dove vive il 78% della popolazione dei paesi sviluppati e si genera l’80% del pil mondiale.
«Il rilancio economico del paese sarà necessariamente trainato dal sistema delle aree metropolitane. Il nostro piano Far volare Milano nasce proprio con lo scopo di favorire la sua trasformazione in città metropolitana», è il parere di Gianfelice Rocca  (Assolombarda). Una priorità nazionale, quindi, dal Nord al Sud: «Dobbiamo dare un assetto efficiente al territorio e al suo sistema imprenditoriale. Nelle zone industriali esistono problemi di manutenzione, trasporti, servizi. I comuni interessati sono cinque, è complicato trovare l’intesa», dice Angelo Michele Vinci (Bari e Barletta-Andria-Trani). L’assetto di città metropolitana come occasione di rilancio: «Venezia corre il rischio di trasformarsi in una città vetrina. Come città metropolitana può esaltare il ruolo di motore del turismo nazionale e di hub logistico Europa-Mediterraneo», commenta Matteo Zoppas (Venezia).
«Siamo convinti che questa possa diventare la riforma delle riforme, Roma può diventare una megacity come Londra e Parigi ma è fondamentale il raccordo con le altre province del Lazio», sottolinea Maurizio Stirpe (Unindustria).
Alberto Vacchi (Bologna) fa un esempio concreto dei disequilibri locali: «Le nostre imprese nello stesso contesto provinciale sono soggette a regolamenti, tassazioni e normative che cambiano da comune a comune, sui rifiuti per i capannoni industriali lo scarto è da +23 a -11 rispetto al 2012».
Sono importanti i tempi: «L’agenda pubblica deve andare in parallelo con quella delle imprese. I territori sono fondamentali per la catena del valore», sottolinea Simone Bettini (Firenze).
Il provvedimento Delrio rischia però di non snellire ma anzi creare un nuovo livello burocratico.
Le aree metropolitane potrebbero arrivare ad oltre venti. «Va modificato, ma comunque è meglio avere qualcosa, da rimettere a punto in seguito, rispetto al niente», è la convinzione di Paolo Graziano (Napoli).
Le problematiche esistono, e le ha elencate Giuseppe Zampini (Genova), che mercoledì a Firenze si è soffermato sui principali problemi da affrontare in termini di organizzazione, costi e funzioni della città metropolitana.
Nelle città metropolitane italiane, ha detto Licia Mattioli (Torino), si concentra il 36% del pil, il 35% degli occupati, il 32% degli italiani e il 34% della popolazione straniera.
Deve intanto fare i conti con il commissariamento Andrea Cruzzocrea (Reggio Calabria): a maggio o in autunno ci saranno le elezioni, racconta. Solo dopo questo passaggio si potrà realizzare l’area metropolitana necessaria per superare le inefficienze amministrative del territorio e puntare al rilancio.

Il Manifesto

  • “Manifesto delle Città Metropolitane italiane” (pdf, 138 K, 5 pp.)

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Milano, acquisti con i bitcoin in otto aziende «pioniere» (Corriere della Sera, 2 febbraio 2014)

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Fonte: Corriere.it
Si compra sulla Rete e si usa con lo smartphone. Cresce l’interesse dei consumatori. Dalla bistecca a palestra e taxi. Qui si paga con moneta virtuale. L’ingegnere: “Che sia o no la moneta del futuro, è un fenomeno”
di Federica Cavadini
All’ingresso il marchio “Accettiamo bitcoin” e il cartellone che indica il cambio.
In sala personale pronto ad incassare la nuova valuta elettronica.
Così un ristorante dell’Isola è diventato uno dei primi locali milanesi del circuito bitcoin, la criptomoneta che si compra su Internet e si scambia anche solo con uno smartphone.
“Che diventi o no la moneta del futuro oggi è certamente un fenomeno mediatico, che incuriosisce tanti. Ecco perché abbiamo deciso di sperimentarla”, spiega Andrea Fraccaro, ingegnere con laurea al Politecnico e master in Bocconi, passato un anno fa dalla consulenza aziendale alla ristorazione. Sono già otto i milanesi segnalati su coinmap.org, il sito che fotografa la diffusione della moneta elettronica nel mondo (in Italia le adesioni sono un centinaio).
In città si può pagare in bitcoin il ristorante dell’Isola, una palestra yoga a San Siro, due studi di architettura, un avvocato, uno studio di consulenza informatica, un negozio “compro oro”. Nell’elenco c’è anche un taxista (che vuole restare anonimo): “Credo di essere il primo in Italia nella mia categoria. Ho messo le vetrofania del bitcoin sulle portiere e all’interno del taxi all’inizio dell’anno. Fino ad ora nessuno ha chiesto di pagarmi con la moneta elettronica ma tutti i clienti vogliono sapere come funzione, dove si compra, quali sono i vantaggi”.
Curiosità e diffidenza. Ma intanto chiedono informazioni privati e aziende, artigiani e imprese.
“Tanti credono, come me, che sia il futuro. Perché c’è la comodità della carta di credito ma le provvigioni sono minime e non serve nemmeno il conto in banca. Altri si avvicinano soltanto per curiosità. Comunque a Milano l’interesse c’è: ho ricevuto richieste di assistenza da aziende decise ad aprire alla criptomoneta”, dice Carmelo Carchedi, consulente informatico, che naturalmente è pronto a essere pagato in bit.
“Certo, siamo assolutamente all’inizio, perplessità e resistenze sono ancora molte”.

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Tanti i punti domanda.
Su quotazioni volatili, inquadramento normativo, funzionamento.
E le perplessità, anche dopo l’arresto per riciclaggio (l’altro giorno a New York) del vicepresidente della Bitcoin Foundation.
“Sistema di pagamento per attività illegali? Ma i passaggi del denaro sono tutti registrati”, dice Carchedi.
“Per me bitcoin significa transazioni sicure, veloci e a costo ridotto. È vero che la valuta ha fluttuazioni importanti ma ci sono strumenti per proteggersi”
Anche Matteo Bechini, architetto milanese, dichiara di essere pronto a lavorare in cambio della nuova valuta.
“È decisamente interessante e non è complicato. Poi mi piace l’idea di un sistema indipendente dalle banche”.
In Rete si trovano guide semplici per l’uso e video dimostrativi.
È spiegato come i “miner” (minatori) riescono a “produrre” la nuova moneta.
“Era più facile all’inizio, bastava un pc. Adesso serve un hardware più sofisticato - spiegano nei forum online -. Comunque i bitcoin non si possono creare all’infinito, il sistema si fermerà a ventuno milioni e siamo a undici”.
“La maggior parte delle persone che scambiano la moneta elettronica comunque la acquista su piattaforme online”, spiega il consulente. “Io ne ho, li ho comprati su Internet ma sono anche associato a un gruppo di miner”, dice il taxista.
Lui è entrato nel circuito da un mese, l’ingegnere ristoratore soltanto da una settimana.
“Il primo cliente che ha pagato in bitcoin è arrivato l’altra sera. Un turista americano. Aveva preso solo un caffè. Eravamo tutti curiosi - racconta Fraccaro -. È stato semplice. Credo che succederà ancora”.

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